| Bulldozer - The Final Separation |
| Scritto da Mirco Frassetto |
| Martedì 16 Dicembre 2008 10:00 |
1986, il celebre anno dell’esplosione planetaria del Thrash Metal. Ma di fronte ai vari capolavori internazionali del calibro di 'Master of Puppets', 'Reign in Blood', 'Peace Sells… But Who’s Buying?', 'Pleasure to Kill' e compagnia, quale risposta mise in campo l’Italia? C’è da dire che all’epoca il Thrash Metal non aveva attecchito molto sul suolo del Bel Paese, ma erano comunque in azione formazioni che riuscivano a far rispettare il loro nome anche al di fuori dei confini della penisola. Una di queste poche band emergenti erano gli ormai leggendari milanesi Bulldozer, sorta di feroce risposta tricolore alla tenebrosa brutalità dei Venom.Reduci dal convincente debutto dell’anno precedente, 'The Day of Wrath', la consolidata formazione che vedeva al basso e alla voce il mitico A.C. Wild (al secolo Alberto Contini), una specie di grezzo Cronos di casa nostra, alla chitarra il bravissimo Andy Panigada e alla batteria, per l’ultima volta, il grande Don Andras, pubblicò nel cruciale 1986 'The Final Separation', un disco che, seppur di buon livello, non seppe però guadagnarsi la stima del predecessore, anche (fatto non trascurabile) per una produzione che i tre non condividevano e per una quasi nulla pubblicizzazione del loro lavoro. E dire che il platter viene aperto da una tripletta fantastica: la title track, con il suo arpeggio acustico introduttivo spazzato via dalla doppia cassa di Don Andras e dalla chitarra pesantissima di Panigada, è un vortice di tetra violenza dove la voce spietata di A C Wild può a buon diritto cantare la fine della religione, che costituisce appunto il significato del criptico titolo del pezzo e del disco. A questa seguono la velocissima "Ride Hard, Die Fast", vero inno alla vita da strada più spericolata e menefreghista, e la fantastica "The Cave", marcia fino al midollo, forse la vera highlight dell’album, con i suoi doppi sensi a sfondo sessuale e sado-maso e il suo procedere malefico e perverso. Lo stile ricorda ancora in maniera evidente quello dei modelli del gruppo meneghino (Venom in primis, poi Motorhead e Tank), tanto da attirare sul combo persino accuse di plagio dalla band di Cronos, accuse che saranno fugate solo col successivo 'IX', del 1987. Ma tornando al nostro 'The Final Separation', dopo questa tripletta magistrale viene la buona "Sex Symbol’s Bullshit", pezzo che dispiega al massimo tutta la potenza e la velocità che i nostri potevano mettere in campo, ma cionondimeno non riesce a prendere del tutto, anche se in realtà il peggio deve ancora venire: "Don Andras" è infatti una tarantella in versione Speed Metal della quale, per quanto divertente e ridanciana, non si sentiva davvero la mancanza, e che attirò all’epoca gli strali della stampa straniera, scatenata a riesumare gli immancabili stereotipi sugli Italiani tutti pizza e mandolino. Fortunatamente la successiva "Never Relax!" risolleva presto le sorti del disco, anche grazie all’introduzione di qualche vago accento slayeriano, ma ancora migliore è "Don’t Trust The Saint", dove i nostri tre offrono una prestazione di tutto rispetto, con il batterista scatenato sulla doppia cassa, Panigada che macina riff su riff, veloci e malevoli, e A C Wild rauco cantore della sua rabbia iconoclasta. La vera chicca è però riservata per il finale: "The Death Of Gods" è un viaggio di ben 10 minuti in un’oscurità apocalittica dominata da ritmi più lenti, quasi Doom, dove la voce sguaiata del bassista declama la morte degli dei e la caduta finale degli idoli, assistita da una chitarra evocativa e quasi malinconica, funerea, in un continuo alternarsi di riff sulfurei ed assoli all’insegna di una mestizia cosmica sofferta e annichilente. 'The Final Separation' non è di certo il capolavoro dei Bulldozer (quello semmai è 'Neurodeliri' del 1988), tanto da essere quasi rinnegato dagli stessi, ma costituisce, grazie ad episodi di tutto rispetto, una buona prova, che se all’epoca non resse il confronto con le contemporanee proposte internazionali, poté quanto meno attestare e riconfermare la presenza di una band estremamente valida sul suolo italico, che seppe farsi conoscere e amare anche all’estero (persino in Polonia prima del crollo del muro e in Scandinavia, tanto da aver pure influito sulla formazione della scena Black Metal norvegese) grazie ad una proposta musicale aggressiva e convincente.
Voto: 7,5/10 Tracklist: 1 - Final Separation - 04:50 2 - Ride Hard-Die Fast - 03:59 3 - The Cave - 04:34 4 - Sex Symbols's Bullshit - 03:31 5 - "Don" Andras - 03:04 6 - Never Relax - 05:35 7 - Don't Trust the "Saint" - 04:28 8 - The Death of Gods - 10:05 Formazione: A.C. Wild - voce, basso Andy Panigada - chitarra Don Andras - batteria, voce sulla traccia 5
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1986, il celebre anno dell’esplosione planetaria del Thrash Metal. Ma di fronte ai vari capolavori internazionali del calibro di 'Master of Puppets', 'Reign in Blood', 'Peace Sells… But Who’s Buying?', 'Pleasure to Kill' e compagnia, quale risposta mise in campo l’Italia? C’è da dire che all’epoca il Thrash Metal non aveva attecchito molto sul suolo del Bel Paese, ma erano comunque in azione formazioni che riuscivano a far rispettare il loro nome anche al di fuori dei confini della penisola. Una di queste poche band emergenti erano gli ormai leggendari milanesi Bulldozer, sorta di feroce risposta tricolore alla tenebrosa brutalità dei Venom.
Commenti
Grazie x il consiglio beppediana