| Death SS - Black Mass |
| Scritto da Simone Leone |
| Martedì 02 Dicembre 2008 10:00 |
I Death SS nascono nel 1977 grazie all’incontro tra Paul Chain e Steve Sylvester che collaboreranno insieme fino al 1984, quando Sylvester prenderà autonomamente nelle proprie mani le redini del gruppo pubblicando prima 'In Death of Steve Sylvester' (significato del monicker, tra l'altro) nel 1988 e 'Black Mass' l’anno dopo, entrambi sotto l’etichetta DiscoMagic. La line-up di quest'ultimo album è composta da Steve Sylvester alla voce, Kevin Reynolds e Kurt Templar alle chitarre, Marc Habey al basso e Boris Hunter alla batteria.Prima fatica è “Kings of Evil”, aperta da un dolcissimo e stupendo intro della durata di neanche un minuto e che serve da apri pista, perché subito dopo si comincia a cavalcare decisamente. Le chitarre sguainano su un deciso tessuto sonoro della sezione ritmica; meraviglioso il potente lavoro chitarristico e il velocissimo assolo che razziano su un territorio fertilizzato dalla stupenda prova dell’evocativo singer coadiuvata dalle backing vocals riuscitissime. Un bel carillon apre e chiude “Horrible Eyes”, chitarre graffianti e drumming deciso chiusi da una produzione discutibile che opacizza troppo il suono. Aldilà di queste piccole pecche, la canzone, con i suoi orribili occhi e le urla mostruose cerca di spaventarci (sonoramente s’intende), ma non vi riesce particolarmente, venendone fuori una colonna sonora da recital orrorifico. L’intro della terza traccia è affidato all’organo suonato in chiave spettrale, poi finalmente si rompono gli indugi ed esplode “Cursed Mama” dal terremotante lavoro strumentale e dalle riuscitissime parti vocali (in particolar modo il ritornello, devastante); provate, se ci riuscite, a tenere a freno la testa o il piede! Non ce la farete, la mano invisibile di Steve Sylvester vi creerà spasmi su tutto il corpo. Quarta traccia è “Buried Alive”. La struttura è sempre la solita, un intro rassicurante apre le danze, che ben presto si rendono ardenti con l’utilizzo dei riff aggressivi e dalle sapienti linee di basso calcate da Marc Habey a creare un atmosfera oscura, il refrain accattivante del vampiro Sylvester esalta ancor di più il risultato complessivo. Oscura e ovattata è “Welcome to my Hell”, inferno cupo ed affascinante ma che fa rabbrividire ben poco visto la mancata furia strumentale che ci si aspetterebbe da una canzone con quel titolo; sembra sempre che la canzone debba partire in una sfuriata micidiale ma invece si assesta su un mid-tempo tiepido, intervallato dal ritorno nell’intervallo oscuro del tema iniziale. Sinceramente l’annunciato benvenuto al regno del sangue è distante anni luce dalle sonorità di questa canzone, tutt’altro che devastante; comunque molto interessante la parte cupa e pipistrellosa della traccia, resa ancora più tenebrosa dalla caldissima voce dell’italico Vlad. “Devil’s Rage”, con intro temporalesco/horror, scuote l’apatia creatasi all’ingresso del regno di Satana, con il suo incedere thrash forsennato e mostruoso, quasi vomitevole il cantato di Steve Sylvester (intendo nel modo di cantare e non nella qualità) che s’intreccia con le devastanti e velocissime razzie nella zona franca dominata dal re delle tenebre. “In the Darkness” è delicata e soffice nella parte iniziale poi alza leggermente i toni, ma soggiace nella cenere di una piatta canzone innalzata da Steve che ammalia nelle parti più lente ed esplode al massimo la sua vocalità nel ritornello. Le campane funebri annunciano la title-track “Black Mass”, aperta da una lunga recitazione, in inglese, in stile predica agli adepti. Segue quindi un'ulteriore predica in latino con sottofondo d’organo e gemiti femminili, poi finalmente questa logorroica predica giunge a termine con un quanto mai atteso amen; dopo altri inutili intermezzi finalmente all’approssimarsi del sesto minuto cominciano a suonare e ne viene fuori una inutile canzone orrorifica. Capisco la passione per l’occultismo, ma questa messa nera semi suonata è pesante come una bottiglia di vino alle 3 di un pomeriggio agostano. “Mandrake Root” nonostante sia alquanto mediocre riesce almeno a svegliare l’ascoltatore dal letargo in cui era sprofondato grazie al suo apparato heavy/thrash. “Gerhsemane” è un altro pezzo mediocre che serve ad allungare la brodaglia e niente più. In alcune versioni dell’album è presente una versione più lunga della opener track, chiamata appunto “Kings of Evil (Extended Remix)” nonché “Murders Angels Live” che col solito stile piano-forte chiude l’album, prima acustica e stonata poi potente e urlata. So di trovarmi in disaccordo con qualsiasi fan dei Death SS che innalzeranno la title-track a capolavoro assoluto e che mi rimprovereranno di trattare in malo modo le frequenti scorrerie oscure dell’album; sinceramente si tratta di un album ottimo in alcune parti ma che purtroppo, a mio dire, scade eccessivamente nel suo continuo trascendere nelle melodie oscure e forzatamente malate. Purtroppo i Death SS sono questi e bisogna accettarli così: questa è la loro proposta.
Voto: 7,8/10 Tracklist: 1 - Kings Of Evil - 04:07 2 - Horrible Eyes - 05:23 3 - Cursed Mama - 05:09 4 - Buried Alive - 04:08 5 - Welcome To My Hell - 06:12 6 - Devil's Rage - 04:03 7 - In The Darkness - 05:06 8 - Black Mass - 08:22 9 - The Mandrake Root - 03:24 10 - Kings Of Evil (extended remix) - 04:33 11 - Gethsemane - 05:56 12 - Murder Angels (live) - 05:31 13 - Vampire (live 1989) - 06:50 Formazione: Steve Silvester - voce Kevin Reinolds - chitarra Andy "Kurt Templar" Fois - chitarra Marco "Marc Habbey" Abbatecola - basso Mimmo "Boris Hunter" Palmiotta - batteria
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I Death SS nascono nel 1977 grazie all’incontro tra Paul Chain e Steve Sylvester che collaboreranno insieme fino al 1984, quando Sylvester prenderà autonomamente nelle proprie mani le redini del gruppo pubblicando prima 'In Death of Steve Sylvester' (significato del monicker, tra l'altro) nel 1988 e 'Black Mass' l’anno dopo, entrambi sotto l’etichetta DiscoMagic. La line-up di quest'ultimo album è composta da Steve Sylvester alla voce, Kevin Reynolds e Kurt Templar alle chitarre, Marc Habey al basso e Boris Hunter alla batteria.
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