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Play It Loud Italy (Brescia, 02/11/2013)
Giovedì 14 Novembre 2013 09:00
Play It Loud Italy (Brescia, 02/11/2013)Play It Loud, un nome che a partire dal 2007 è diventato sinonimo di festival undeground, segnando con sole tre edizioni un appuntamento immancabile per gli appassionati delle sonorità più classiche in campo metal. Dopo una serie di avvenimenti che ne avevano determinato una morte prematura, rinasce in questo 2013 con una prima edizione tutta dedicata alla scena italiana: è il Play It Loud Italy, che lo scorso 2 novembre in quel di Brescia ha visto 10 formazioni italiane alternarsi sul palco messo in piedi dalla My Graveyard Productions. Italian Metal era presente e vi racconta com'è andata la giornata.

Blindeath

Ore 14:30, si parte in perfetto orario con i Blindeath, questa giovanissima formazione di Milano che ha debuttato proprio a inizio anno con l’EP 'Headshot!'. I quattro (da notare che la line-up è nettamente cambiata rispetto all'EP - ndr) imbastiscono una performance grintosa come il genere richiede, un thrash metal anni ‘80 ispirato al sound della Bay Area, che, se non risulta ancora perfetto dal punto di vista prettamente strumentale (nonostante un ottimo lavoro da parte del chitarrista solista), risulta incisivo e degno preludio all'intera giornata. Fra "vecchi" cavalli di battaglia tratti da 'Headshot!' e qualche inedito presentato al pochissimo pubblico già sotto al palco, per la band c'è ancora da lavorare dal punto di vista live, sia sul piano musicale sia su quello prettamente scenico, ma li aspettiamo con piacere alle prossime prove: le basi ci sono, avanti così. (GN)


Thunder Axe

All'interno del Colony inizia già ad esserci qualche spettatore in più quando i Thunder Axe si impossessano del palco. I cinque bresciani, anch'essi con il debutto uscito da qualche mese sotto le insegne della My Graveyard Productions, dimostrano sicuramente un piglio più professionale e nei 40 minuti a loro dedicati non si fanno mancare niente. Ripercorrendo velocemente il loro 'Grinding the Steel', i nostri sparano una dietro l'altra le loro migliori cartucce e, dopo un inizio non proprio esaltante soprattutto per il loro cantante, convincono con il loro classico heavy metal. Chiusura con una cover dei Judas Priest, "Freewheel Burning", in piena tradizione, quindi lasciano al pubblico un secondo momento di pausa mentre le oscure e mefistofeliche ombre dei Crimson Dawn già imperversano sulle assi del palco. (GN)


Crimson Dawn

Passate da poco le prime due ore di concerto, è giunta l'ora per il palco di ammantarsi di un aura plumbea e misteriosa non appena i Crimson Dawn hanno fatto il loro ingresso, i quali hanno portato con egregia maestria il loro doom metal dai tratteggi epici sul palco del Colony. Tra i gruppi che hanno potuto beneficiare di un suono ottimale e rimanere indenni da alcuni problemi tecnici che hanno afflitto alcune band, la creatura di Dario Beretta ha snocciolato nei quaranta minuti a disposizione, come ovvio, una manciata di brani estratti dall'album di debutto 'In Strange Aeons...' di fresca pubblicazione. Il suono portato in dote da canzoni come "Tower of Sins", "Scourge of the Dead", "Black Water" e "Cosmic Death" ha avvolto la sala con un'atmosfera fiera e al tempo stesso cimiteriale, figlia di band come Black Sabbath e Candlemass in primis, che ha avviluppato i presenti i quali fin dalle prime battute non hanno fatto mancare il sostegno a una band che ha qui giocato quasi in casa. Il gruppo nel suo insieme denota ancora un po' di carenza di affiatamento ma questo non gli ha impedito di palesare a livello esecutivo un'ottima performance, eseguita comunque da musicisti navigati e con varie esperienze precedenti alle spalle. Beretta ha impegnato l'ascolto con i suoi riff e soli sciorinati in abbondanza, la band ha seguito compatta il suo leader e il vocalist Antonio Pecere, con il suo timbro duttile e la buona presenza scenica, ha posto la cosiddetta ciliegina sulla torta a un gruppo che nel suo genere ha dimostrato un'ottima capacità esecutiva e che se suonerà con frequenza saprà amalgamarsi ancora di più. (FRW)


Endovein

Si torna sul thrash con i torinesi Endovein, una formazione che attiva già da diversi anni è tornata alla ribalta negli scorsi mesi con 'Supreme Insatiable Need', il loro secondo disco in studio che ha visto non poche novità. Dal punto di vista del genere si tratta sempre di un thrash molto tecnico sicuramente non immediato, ed è per questo che gli Endovein non riescono forse a raccogliere quanto meritato con il disco in questione, nonostante un nutrito gruppo di fans sotto al palco a scatenare il primo pogo della giornata. L'esibizione dei nostri si sviluppa così con un repertorio che pesca dai due dischi in questione in egual misura. Quello che manca alla band è però assolutamente una seconda chitarra: se su disco le sovraincisioni permettono di mantenere un tasso tecnico così alto, dal vivo la mancanza di una chitarra ritmica si fa sentire, in particolare nelle sezioni prettamente soliste, in cui basso e batteria non possono bastare a mantenere l'intera base strumentale. Stralunato e completamente fuori dagli schemi è invece il cantato di Alex Panza, sicuramente un tratto distintivo della nuova line-up, grande e necessaria presenza scenica per mantenere vivo il contatto con il pubblico. Band in generale promossa, ma ci attendiamo ancora di più viste le qualità messe in luce su disco. (GN)


Sign of the Jackal

Autori di un debutto per la High Roller Records uscito giusto prima dell'estate, i Sign of the Jackal sono presenza fissa in questi festival di culto della scena italiana, e non potrebbe essere altrimenti vista la completa devozione al genere dei cinque di Trento. Guidati dalla "Queen of Hell" (parafrasando uno dei brani della loro set-list) Laura Coller, la band imbastisce una esibizione al fulmicotone, in cui a spiccare, oltra al cantato graffiante della vocalist, è il lavoro strumentale dei quattro alle sue spalle. È un piacere infatti ascoltare il loro heavy metal ultra-classico con riff di chitarra in bella mostra, da brani come "Hellhounds", "Night of the Undead", "Sign of the Jackal", fino alla splendida strumentale "Paganini Horror" riproposta tanto fedelmente. C'è poco da aggiungere alla performance dei cinque sciacalli, se non la tanta partecipazione del pubblico durante il loro concerto: prossimo appuntamento il 16 novembre a Viareggio, con Axevyper e Ruler, per una serata che già si conferma esplosiva. (GN)


Hell Theater

Le ambientazioni sulfuree non si sono ancora del tutto esaurite nel contesto del Play It Loud Italy, poiché le tenebre e il concetto della malignità si sono amplificate con l'ingresso in scena in piena atmosfera infernale degli Hell Theater. Attesi dal sottoscritto in maniera particolare dopo che il loro debut album 'Reincarnation of Evil' ha saputo convincere un fan di King Diamond, di cui molto ha ritrovato nei solchi dell'album in questione, gli Hell Theater (come i "cugini" alla lontana Crimson Dawn) hanno rappresentato l'ala più "estrema" del festival, con la cui performance hanno rovesciato sui presenti una quantità industriale di heavy metal a tinte malefiche, show purtroppo condizionato da suoni non propriamente ottimali e che solo nel corso del concerto si sono potuti equilibrare di un soffio. La voce mefistofelica di Victor Solinas, ottimo performer che ha sfruttato a suo favore il palco non restando mai fermo, trascinando con carisma un pubblico che non ha fatto mai mancare il suo supporto, ha narrato in musica oscure trame che sono il filo conduttore delle canzoni del set estrapolate dall'album di esordio. La band, nonostante non sia stata aiutata dai suoni, ha cercato di sciorinare al meglio lo show riuscendo a portare a casa, detto in gergo calcistico, i 3 punti, meritandosi agli occhi di chi scrive l'appellativo di rivelazione della serata, certamente non la sola. (FRW)


Ruler

Fra le più recenti formazioni dedite al metal più classico, i Ruler si stanno ritagliando un posto di rilievo grazie a due album in altrettanti anni (di cui l'ultimo, recentissimo, a titolo 'Rise to Power') e soprattutto ad una serie di esibizioni ben più che riuscite. Non è un caso, visto che i Ruler si mostrano sul palco ancor più sicuri che su disco: con una formazione a quattro, la band riesce a mettere su un concerto convincente dalla prima all'ultima nota, dimostrando di essere una di quelle band nate per suonare dal vivo più che spendere tante ore in studio. Fra i brani della serata troviamo cavalli di battaglia come "We Rule the Night", "Mayday", "The Temple of Doom", "Evil Nightmares", fino alla tanto articolata quanto splendida "Sutjeska": i Ruler sembrano provenire direttamente dai tempi d'oro della NWOBHM, un heavy metal ai limiti dell'hard rock più spinto, irresistibile nelle melodie di chitarra di Mattia Baldoni tanto quanto nella base ritmica Pontiggia-Alcaro. Se con 'Evil Nightmares' avevo espresso qualche ombra sull'operato complessivo dei quattro, questa esibizione mi ha tolto tutti i dubbi: andate a vedere i Ruler dal vivo, i dischi non vi daranno mai la stessa impressione. (GN)


Asgard

Benché le ore sembrano scorrere con un passo decisamente spedito, comincia a serpeggiare una certa stanchezza che induce a prendersi delle doverose pause, e caso vuole che una arrivi proprio durante lo show degli Asgard; non me ne voglia dunque la band di Mace e soci se la mia presenza è stata incostante ma comunque sufficiente per avere la forza di assistere ad un altro gruppo tenuto in seria considerazione vista la sua "prima" davanti al sottoscritto, mai riuscito nell'intento di ammirare l'energia sprigionata dal quintetto ferrarese nei vari scenari a cui hanno preso parte in passato. La loro fama li ha preceduti in questa sede, essendo stato messo al corrente dell'energia sprigionati abitualmente per dar vita a spettacoli infuocati, ed è quanto di più vero si è rivelato al Colony. Il palco ha letteralmente preso fuoco fin dalle prime battute, quando due schegge impazzite che rispondono al nome di Federico "Mace" Mazza e Renato "Reno" Chiccoli si sono letteralmente spesi al fine di tenere alta la tensione tra il pubblico, mentre il loro fulmineo speed metal di matrice americana ha fatto il resto, con i fratelli Penoncini concentratissimi sulla propria esecuzione, a cui faceva da contraltare Rudy Mariani, assolutamente impietoso nei confronti del drumkit che occupava e che ha percosso con precisione e fermezza, degna dei migliori maestri di questo strumento. Il set ha fatto visita a più riprese ai due album che la band ha all'attivo, passando dall'iniziale "Spirits", "The Interceptors", "Sound of Shadows", "Cyber Control" per quel che riguarda il nuovo 'Outworld', mentre dal debut sono state estratte tra le altre le fulminanti "I Spit in Your Hands" e "The Age of Steel". La fortuna ha voluto che il loro show non abbia subito problemi di nessuna sorta legati al suono, a parte qualche piccolo inconveniente al microfono di Mace prontamente risolto, e che finalmente questa band sia passata davanti agli occhi del sottoscritto lasciando un'impressione superlativa. (FRW)


Tarchon Fist

Coloro che si possono ormai definire dei veterani dei palchi nostrani, i discepoli di Tarchon, hanno stabilito con i concittadini Crying Steel un piccolo record; sono state infatti le prime band a partecipare nuovamente in una cornice che si griffa col marchio Play It Loud con due nuovi album da proporre. Il tour di 'Heavy Metal Black Forces' è passato anche da Brescia infatti, e ha riportato sul palco della kermesse una band che da anni ci abitua "bene", ovverosia a fiammeggianti live show pieni di grinta con un valore aggiunto che risponde al nome di Mirco "Ramon" Ramondo. In maniera inconsueta i Tarchon Fist già a colpo d'occhio hanno fatto capire che sono tornati con tanta voglia di divertirsi ma anche di scherzare poco quando c'è da far parlare la musica; l'abituale look in pelle ha lasciato il posto a quello più militarizzato, riprendendo in toto lo spirito di "HMBF", che giocoforza è stato il punto focale dell'esibizione della serata. Brani come "Knights of Faith", "I Stole a Kiss to the Devil", "Uncontrovertible", la stessa "Heavy Metal Black Force" e l'anthemica e celebrativa "Play It Loud" hanno fatto da cassa di risonanza al pugno di Tarcon che si è abbattuto con la solita forza e determinazione sulle teste dei fan presenti. Potendo beneficiare di un timer più agevole, i classici non sono mancati come da copione e come sempre momenti di gloria con il classico "Eyes of Wolf" e con alcuni estratti da 'Fighters', ossia la stessa title-track più "Thunderbolt", "Falling Down", "The Game is Over". Ramon è il vocalist che ha portato una ventata di energia nuova sul palco, visto il suo continuo scorrazzare da un lato all'altro dello stesso, tenendo in pugno il pubblico per tutta la durata del concerto e dimostrandosi altresì un cantante vocalmente all'altezza dei compiti richiesti dal comandante Tattini, sempre in splendida forma così come i suoi attendenti, autori di un'esibizione come al solito devastante e convincente. Unica nota a margine, sui pezzi del nuovo album permane ancora qualche perplessità di fondo, che solo un ascolto più dettagliato potrà, si spera, chiarire definitivamente. (FRW)


Crying Steel

La fiaccola del trionfo è rimasta in terra felsinea, dato che i tedofori che si sono alternati nel tandem finale hanno avuto gli stessi natali, anche musicalmente, sotto l'ombra della Torre Degli Asinelli; e chi meglio dei Crying Steel, anch'essi veterani dei Play It Loud e con 'Time Stand Steel' come ottimo motivo per farsi valere, poteva incaricarsi di piantare con orgoglio la gloriosa bandiera dell'Heavy Metal in maniera vittoriosa? Erano anch'essi attesi al varco in maniera particolare, visto sopratutto il cambio di microfono recentemente avvenuto alla testa della band di Franco Nipoti e co., con il nuovo acquisto Alessandro "Ramon" Sonato from Verona a cui ora tocca un compito assai difficile: dimostrare di essere all'altezza dei suoi predecessori, ed è sembrato proprio che il ragazzo abbia del talento da vendere. Innanzitutto va sottolineato che essendo gli headliners della serata, i Crying Steel si sono dovuti confrontare con un audicence che dopo la fine dei Tarchon Fist si è ridotta di molto a livello di unità; forse comprensibile per chi era presente dalle ore 14, un po' meno per altri, ma questo non ha affatto condizionato l'umore solido della band che ha ripassato in lungo e in largo il nuovo 'Time Stand Steel', che la voce squillante di Ramon mantiene vivo e ai livelli ottimali di sempre. Il nuovo screamer ha dimostrato inoltre di possedere cospicue doti di intrattenitore, che con la sua presenza che ricorda molto un incrocio tra Ralf Scheepers e Rob Halford, ha portato nella band vitalità e freschezza vista anche la giovane età. La band, come altre volte si è dimostrata, anche sul palco del Colony è apparsa rodata e vigorosa, come se per lei stessa tutta il tempo si fosse fermato ai gloriosi anni della loro giovinezza, e presentando per la prima volta sul palco Luigi "JJ" Frati, già bassista dei rockers Markonee, che il sottoscritto chiama affettuosamente "l'Axel Rudi Pell nostrano", qui in veste di sostituto di Max Magagni nel tour invernale previsto a supporto del nuovo album. Vecchia volpe a sua volta degli stage nostrani con la band madre, anche con i Crying Steel dà il suo contributo alla causa, altra dimostrazione che spesso si possono superare le avversità e le "rivalità" tra band quando ci sono cervelli funzionanti dentro le calotte craniche. Il set si è incentrato su 'Time Stand Steel' ma ha percorso anche i classici immancabili nelle scalette dei Crying Steel e quindi "Running Like a Wolf", "No One's Crying", "Raptor" (con la consueta riproposizione dei mitragliatori), "Let It Down" e l'anthem finale "Thundergods", che ha posto il vessillo fatto di pelle e borchie a suggellare la vittoria del metal italiano sull'indifferenza che ancora si è voluta distinguere ogni qualvolta un evento presenti band di casa nostra, band che nulla hanno da invidiare ai blasoni esteri e che se portate sugli stage internazionali saprebbero convincere audience molto più aperte mentalmente della nostra. (FRW)


Outro

Ore 1:15, notte inoltrata: con i ringraziamenti dei Crying Steel si chiude l'intera giornata, quasi 12 ore complete di heavy metal nella migliore tradizione underground. Il pubblico, purtroppo non tanto per tutta la giornata (stimiamo un 250 presenti?), si è ulteriormente dimezzato con la chiusura della serata, ma il senso di soddisfazione per l'intero festival è palpabile un po' in tutti. Un ringraziamento d'obbligo a Giuliano della My Graveyard per aver organizzato un tale festival e un altro al Colony che si è dimostrato un locale perfetto per questo tipo di festival (location bella grande, buona disposizione del palco, tantissimi divanetti dove riposarsi fra una band e l'altra, ampio parcheggio all'esterno, ragazze gentilissime, spazio per lo stand di dischi... cosa si può chiedere di più?), ma anche a tutte le band che si sono esibite in maniera professionale e dimostrando che è possibile mettere su un festival soddisfacente anche senza scomodare grandi nomi stranieri.

Mentre ci si avvia così verso le macchine per il lungo ritorno a casa, un'occhiata alla locandina del prossimo, immancabile appuntamento all'insegna dei suoni più lenti e oscuri: il Play It Doom del prossimo 18 gennaio con Solstice, Dark Quarterer, Midryasi, Black Oath e tante altre. E poi, chissà che non ritorni anche il vero, inimitabile Play It Loud originale... Nel frattempo, sempre Long Live the (Play It) Loud!


Play It Loud ItalyCrimson DawnCrimson DawnCrimson DawnHell TheaterHell TheaterHell TheaterHell TheaterAsgardAsgardAsgardTarchon FistTarchon FistTarchon FistTarchon FistTarchon FistTarchon FistCrying SteelCrying SteelCrying SteelCrying SteelCrying SteelCrying Steel

(cliccare sulle immagini per dimensioni maggiori)


Live report a cura di 
Gabriele Nunziante (Blindeath, Thunder Axe, Endovein, Sign of the Jackal, Ruler, intro e outro)
e Francesco "Running Wild" Campatelli (Crimson Dawn, Hell Theater, Asgard, Tarchon Fist, Crying Steel)

Fotografie a cura di Jo "Sweet Pandemonium"

 

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