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Mario Di Donato - The Black, Requiem, Unreal Terror
Scritto da Mirco Frassetto   
Lunedì 24 Settembre 2012 09:00
Mario Di Donato - The BlackCarissimi lettori e lettrici di Italian Metal, la redazione è questa volta orgogliosa di essere riuscita a contattare e intervistare uno dei mostri sacri del panorama underground italiano, un personaggio che dagli anni ’80 ad oggi è riuscito a tenere alta nel mondo la bandiera dell’Heavy Metal e del Doom tricolore, un uomo profondamente attaccato alla sua terra, l’Abruzzo, e ai suoi misteri e tradizioni, tanto da essere stato persino insignito ufficialmente, come vedremo in seguito, del prestigioso premio "Dante Alighieri": stiamo parlando di Mario "The Black" Di Donato, chitarrista, cantante e leader di band del calibro di Unreal Terror, Requiem e The Black. Percorreremo assieme a lui tutti i passi della sua carriera musicale e artistica, all’insegna di quel "Metal Mentis" che l’ha reso famoso. Ma ora la parola direttamente a Mario!

Ciao Mario. Innanzitutto un caloroso benvenuto su Italian Metal: siamo veramente onorati di ospitare tra le nostre pagine virtuali una figura che tanto ha dato alla scena Metal nazionale, un vero e proprio "guru", mi si passi il termine, del Doom tricolore! Anche la storia di un artista della tua caratura ha però un inizio, che forse non molti conoscono: ce ne vuoi parlare? Come e quando è nato il tuo interesse per la musica Rock e per la chitarra? Quali sono stati i tuoi ispiratori, i tuoi "idoli" e cosa ti piaceva ascoltare all’epoca?
È un grande onore raccontare qualcosa su di me su queste importanti e essenziali pagine che da tempo supportano il metal tricolore come non mai, con onestà e costanza. La musica e la pittura per me sono state sempre la cosa principale della mia vita. Già all’età di 15 anni suonavo la chitarra e facevo arte, e quando ascoltai "in primi" J. Hendrix e Black Sabbath capii subito quello che in futuro avrei suonato. Hendrix è sicuramente il mio maestro e Alice Cooper, Cream, Orme, Corvi, UFO, Grandfunk e Led Zeppelin completano magnificamente il mio bagaglio rock/culturale che tanto ha ispirato il mio modo di comporre musica e di suonare la chitarra.

Mario Di DonatoQuali sono state, in seguito, le tue prime avventure musicali? Hai avuto esperienze precedenti ai Respiro Di Cane?
Sicuramente, per esempio il mio primo gruppo, I Picchiati (1967), era un trio cover e suonavamo in molti teatri abruzzesi legati alla chiesa, poi I Perfetti, gruppo di solo "cover" di band rock ed eravamo il gruppo fisso del club universitario di economia e commercio di Pescara, sempre affollatissimo come il Piper di Roma, e infine un trio micidiale e pittoresco (1968) richiestissimo nelle mitiche "feste scolastiche" perché suonavamo benissimo i Led Zeppelin e i Black Sabbath. Erano "un caso di follia" con il sottoscritto alla chitarra, Silvio Taccagni (grande voce) al basso e voce e Silvio Canzano (ex U.T.) alla batteria: era il 1971.

Quando sono nati, poi, i Respiro Di Cane e quali erano le vostre caratteristiche? Siete riusciti a incidere qualche demo?
Nei primi anni degli anni ’70. "Respiro di cane" era una realtà originalissima, avevo pensato di fare delle cover dei Grandfunk, dei Black Sabbath e del Rovescio della Medaglia accelerati al massimo, per quei tempi il suono era devastante, e oggi posso dire che forse già nel 1973-73 avevamo inventato lo Speed tipico degli anni ottanta. Purtroppo dopo tanta gloria (se ne occupò anche il mitico Ciao 2001) non riuscimmo a pubblicare nulla.

Suonare Rock duro in Italia negli anni ’70 dev’essere stata un’esperienza fenomenale, considerato anche il fatto che dovevate essere praticamente delle mosche bianche nel panorama musicale dell’epoca nella nostra penisola: che ricordi hai di quegli anni? Voglio dire, com’era suonare a Pescara allora?
Era diverso, tutti volevano sentire rock e novità, la gente non era distratta come adesso nei concerti, si creavano atmosfere di grosso interesse e tutti credevano e si incuriosivano per queste nuove ventate di rock che avevano la forza anche di cancellare l’enorme fermento politico italiano che pesava enormemente sui giovani studenti e sui lavoratori sfruttati dal sistema e dal progresso industriale. Allora un concerto rock era un "rito", perché tutti noi sapevamo che nessuno dei presenti era sotto al palco solo per passare qualche ora o solo per farsi una canna, ma erano lì per sentirsi addosso tutta l’energia e tutta la storia di questa unica e granitica espressione musicale.

So poi che già verso la fine degli anni ’70 fondasti un’altra band, gli UT, antesignani dei più celebri Unreal Terror e autori, a quanto mi risulta, di due demo: qual’era la vostra proposta musicale?
Sì, gli UT è stato uno dei miei progetti più artistici e più interessante di tutta la mia carriera. Ispiratomi alla prima nota musicale (UT = DO) di Guido D’Arezzo, la formazione comprendeva Silvio Canzano alla batteria, Enio Nicolini al basso e il sottoscritto alla chitarra. La voce era dello stesso Canzano, che sinceramente non faceva nessuno sforzo sia nel suonare la batteria che nel cantare contemporaneamente. Per i live preparai una maschera dorata a un saio da frate che venivano indossati da un nostro amico di quasi 2 metri, il quale appariva sul palco tra tuoni e fumi suscitando continue emozioni tra gli spettatori. Il suono della band era molto duro e nello stesso tempo melodico, ma una melodia ispirata non a caso al suono medioevale dell’anno 1000. Proprio in questo 2012 sto lavorando per far stampare l’unico master esistente di 6/7 brani in studio e non degli UT, naturalmente cantato in italiano.

Parlaci a questo punto un po’ anche degli Unreal Terror, una tra le più famose formazioni della cosiddetta NWOIHM che, assieme ad altri gruppi dell’epoca, ha senz’altro contribuito a spianare la strada a numerose band italiane contemporanee: come sono nati? Data la similarità con il nome dei precedenti U.T., si trattò di una svolta sonora e concettuale o piuttosto della continuazione di uno stesso percorso musicale?
Nel 1983 decidemmo tutti insieme che gli UT dovevano avere un cantante che avrebbe stravolto il progetto cantando in inglese, e fu proprio Ben Spinazzola a cambiare il logo della band da UT a Unreal Terror per dare più credibilità a quanto detto. Dopo un solo concerto Ben, per fatti personali, abbandonò il gruppo ed io lo sostituii con Luciano Palermi, vera rivelazione italiana in quel periodo. La band con un solo primo album prodotto, 'Heavy and Dangerous', conquistò la critica musicale e il mercato discografico in brevissimo tempo. Avevano dato vita a una band dal suono personalissimo, che anche dopo la mia partenza e un secondo album, gli Unreal Terror seguitarono a mietere successi, ovunque.

Mario Di Donato

Nel 1985 pubblicaste un ben noto EP, 'Heavy and Dangerous': che impressioni ti sono rimaste, a più di 25 anni di distanza, di quell’uscita? Quali furono i riscontri del disco, in termini di popolarità?
Oggi ‘Heavy and Dangerous’ è un mini EP ricercatissimo e costoso (anche perché aveva la copertina litografata e non stampata) e un disco che, se ascoltato attentamente, ancora oggi a distanza di 28 anni crea delle emozioni molto forti e si rivela un prodotto valido anche a livello di produzione. Dimenticavo di dire che a pochi mesi dall’uscita, le copie furono tutte vendute.

Che ricordi hai, poi, della scena Metal italiana degli anni ’80 a Pescara? Com’era suonare all’epoca? Eravate in stretti contatti con altre formazioni o agivate sostanzialmente in maniera quasi isolata? Puoi farci qualche nome?
Sì, eravamo molto legati tra noi musicisti Heavy pescaresi, dico Pescaresi perché Pescara ha avuto in quel periodo formazioni di vari tipi di Metal mentre in altre città e capoluoghi d’Abruzzo questo fenomeno era abbastanza raro (Thorax, Wotan, Keening, ecc); quasi tutte formazioni abruzzesi più impegnate le ho fatte suonare al Festival Nazionale di Heavy Metal prezzo l’Antistadio di Francavilla al Mare che per quattro edizioni dette lustro al nostro Abruzzo con rilevanze nazionali. Io e il batterista dei Requeim, Giuseppe Miccoli, eravamo gli organizzatori di tutto ciò e ancora oggi siamo entrambi soddisfatti per aver portato in Abruzzo parecchie formazioni nazionali allora famose.

Poco dopo il vostro debutto ufficiale sei uscito dal gruppo: quali furono i motivi che ti spinsero ad abbandonare il progetto Unreal Terror proprio mentre stava iniziando a raccogliere sostanziosi frutti (se non sbaglio suonaste pure a Padova)?
Sono le solite storie che a volte succedono ai gruppi impegnati come noi. Con l’ingresso di un manager nel progetto Unreal Terror, il sottoscritto non accettava alcune essenziali condizioni e cambiamenti della band da me creata con obiettivi sia di suono che di look ben definiti… La decisione di lasciare gli U.T. per me fu una vera liberazione.

Di lì a poco fondasti un’altra leggendaria (e geniale, mi permetterei di aggiungere) band: i Requiem. Come avvenne questa genesi?
Dovevo creare un gruppo che rispecchiasse tutto quello che da anni emergeva poco dalla mia figura senza dubbio immersa in campi più scuri e misitici e i Requiem dovevano definitivamente confermare tale situazione.

I requiem sono stati, a mio personalissimo parere da appassionato del genere, una delle migliori realtà musicali degli anni ’80: cosa vi proponevate a livello musicale e concettuale? Cosa sta dietro questa svolta dall’Heavy tutto sommato classico degli Unreal Terror (al di là di certi gustosi spunti della tua chitarra ben riconoscibili anche in seguito) a una pionieristica forma di Doom Metal? C’è forse questo famoso concetto di "Metal mentis" di cui altre volte hai accennato? Spiegheresti anche a noi cosa intendi con queste parole?
Già negli Unreal Terror ho cercato in definitiva di dare tutto il concetto di "Dark Man" che da sempre era in me. Non a caso in "The Voice in the Darkness" presente su 'Heavy and Dangerous' risalta in modo abbastanza evidente il phatos del riff principali sicuramente oscuro, punto di partenza per le mie composizioni sia nei Requiem che nei The Black. Requiem è la costruzione esemplare di un Dark/Doom psicologico e la completa mia espressione musicale denominata poi "Metal Mentis" quindi molto vicina a una nuova scuola Italiana di Dark Metal. Comunque nella musica non ci sono forti denominazioni di generi; ma piuttosto espressioni e collegamenti essenziali che annullano in molti casi anche i passaggi come Unreal Terror/Requiem.

Dato questo tuo avvicinamento ad un genere più "spirituale", potremmo dire, mi sorge spontaneo domandarti: ha per caso avuto una certa influenza sul tuo stile il chitarrismo quasi "mistico" e visionario di Paul Chain, altro gigante della scena italiana? Al di là di questo, vi siete mai conosciuti di persona? Siete mai stati in contatto? Che ricordi hai di lui?
Paul Chain l'ho conosciuto nei primi anni '70 e ho sempre stimato la sua musica personale. Nel mio caso ho sempre cercato di creare una "mia musica", logicamente sempre contaminata dalla mia lunga militanza nel Rock e quindi facilmente accostabile ad altri gruppi internazionali, comunque essendo un compositore nel momento in cui voglio scrivere musica, esistono soltanto Mario Di Donato e The Black!

Ho sotto gli occhi una foto che ritrae la copertina della raccolta in musicassetta 'Requiem 1985-1988' (Minotauro Records): lo stile del disegno mi dice che si tratta proprio della tua mano, sbaglio? Fu in questo periodo che iniziasti a dipingere e disegnare o si trattava di una passione che avevi sempre coltivato?
Si non sbagli, è il "Noce Stregato" un olio risalente agli anni '80 ispiratomi da una delle storie popolari del mio paese Pescosansonesco. Per quanto riguarda la mia passione per la pittura è iniziata dal periodo delle elementari, poi il liceo artistico e, già dal 1971, ho iniziato ad esporre seriamente le mie opere in tutta l'Europa.

Mario Di Donato

Spesso, anche in seguito, molti dei tuoi dischi erano impreziositi, tanto sulla copertina quanto all’interno, da disegni eseguiti proprio da te, nel tuo stile che a me personalmente piace molto e ricorda un po’ certe opere medievali: la pittura, mi pare di capire, per te è sempre stata legata anche alla tua musica e mi chiedevo se potevi spiegarci come vivi questo rapporto.
Sicuramente il Rock e l'Arte per me sono esattamente allo stesso livello d'importanza, poi l'idea di amalgamare le due arti insieme come in un unico corpo, è il risultato della mia alta convinzione che l'arte e la musica sono sicuramente i mezzi più comunicativi che l'uomo possa avere, quindi io stesso sfrutterò questo dualismo che riuscirà sempre e comunque ad appagarmi completamente.

La prima uscita ufficiale dei Requiem fu l’EP 'Ex Voto', pubblicato sempre dalla Minotauro (e oggi, voglio ricordare, disponibile insieme al resto della vostra discografia all’interno della bella raccolta 'The Story 1985-1992', edita dalla genovese Blood Rock Records): come ripensi oggi a quel disco? Vi riteneste soddisfatti? Quali furono i suoi riscontri?
'Ex Voto', considerato oggi una vera perla per i collezionisti, anche nel momento in cui l'ultimo effetto e l'ultimo ritocco del master furono completati già assaporavo un nuovo e "magico" genere. A mio avviso è e rimarrà uno dei lavori più particolari e originali che il mondo del Dark Metal abbia mai partorito, perché se la memoria non mi inganna 'Ex Voto' è stato concepito e ispirato completamente da un opera del 1600 della mia collezione. Tante volte ho osservato quest'opera analizzando in modo certosino tutti i particolari e tutte le emozioni di questa comunione di S. Girolamo.

Nel 1990 poi rilasciaste (sempre per la Minotauro) quel capolavoro che è il full length 'Via Crucis', un disco pervaso da atmosfere molto cupe e pesanti che vide anche un piccolo cambio di formazione, con il bravissimo Eugenio Mucci a rilevare il posto dietro il microfono che prima era di Massimo D’Ezio: come giudichi oggi quel lavoro a più di vent’anni di distanza? E quali furono i motivi dell’allontanamento dalla formazione del precedente cantante?
'Via Crucis', come tutti i miei dischi concettuali, è veramente l'analisi delle sofferenze umane. Eugenio Mucci ha fatto un ottimo lavoro, dando all'album quel fascino mistico che ho sempre cercato. Massimo "The Witch" D'ezio uscì dal gruppo per motivi risalenti alle vere e comunque essenziali particolarità d'impostazione di tutte le liriche dei Requiem proposte "a tavolino".

Nel 1992, infine, pubblicaste il vostro live, una specie di testamento artistico, si potrebbe dire: quali furono i motivi che ti spinsero a porre fine alla tua (fruttuosissima, a mio modesto parere) esperienza con i Requiem?
Sicuramente non è stato per mancanza di valore e credibilità dei musicisti, ma soprattutto per eliminare dalla mia vita il cantato in inglese che tanto aveva danneggiato la band per accostamenti a chi aveva inventato il Rock (GB/USA). Invece nei The Black compare forse per la prima volta la vera nostra cultura Italiana, il latino infatti segna definitivamente una proposta "valida o meno" che non ha precedenti continuativi nel nostro territorio e quindi un sound tutto nostro, una vitalità e una linfa unica e tricolore.

Da qualche anno avevi già fondato, in effetti, i grandiosi The Black, il tuo gruppo definitivo: quale fu la sua genesi? E quali obiettivi artistici ti eri posto con questo nuovo progetto? Si è trattato di una continuità o di una rottura rispetto a quanto proponevi con i Requiem?
E' esattamente quello che già ho anticipato nella precedente domanda. The Black vuole essere una creatura "oscura" ma essenzialmente partorita dalla nostra terra.

Hai spesso sottolineato come dal "Metal Mentis" dei Requiem tu sia passato con i The Black al nuovo concetto "Ars Obscura": puoi spiegarci esattamente cosa intendi con queste parole latine?
Con "Metal Mentis" intendo "Metallo dell'Anima" accostabile ai Requiem, un concetto basato sulle emozioni e sulle paure umane riguardanti la morte. Invece con "Ars Obscura" o "Ars Et Metal Mentis" intendo estendere il discorso dell'anima in dimensioni sconosciute che sfiorano la storia dell'arte, la storia della musica e... il cuore.

A proposito di latino, i The Black si sono distinti fin dagli esordi appunto per la particolarità del tuo cantato in latino: quali sono stati i motivi di tale scelta?
Come avrai letto prima di questa tua domanda, ho già spiegato l'estremo desiderio che ho sempre avuto di suonare e comporre canzoni mistiche ed emblematiche che facessero riflettere noi tutti sul fatto che la musica è qualcosa che può cambiare anche la logica del tempo.

Mario Di Donato

Nel 1989 debuttaste con l’EP 'Reliquarium' (Minotauro Records): cosa puoi dirci in merito? L’anno successivo, contemporaneamente all’uscita di 'Via Crucis' con i Requiem, pubblicavi, sempre per la Minotauro, il full length 'Infernus, Paradisus Et Purgatorium', un’opera molto sperimentale e carica di spiritualità che ha segnato ufficialmente, potremmo dire, i dettagli del tuo nuovo stile: cosa puoi dirci a riguardo?
Mentre 'Reliquarium' è stato il mio primo lavoro sperimentale e "strano" ma molto "discutibile", 'Infernus Paradisus Et Purgatorium' è stato un unico e grande omaggio al sommo poeta con una nuova rilettura dell'opera Dantesca fatta alla "The Black" tra l'altro unica opera musicale dedicata ai tre gironi Danteschi.

E veniamo ora a un altro capolavoro della tua prolifica discografia: sto parlando naturalmente di 'Abbatia S. Clementis' (Minotauro), uscito nel 1993. Se non sbaglio il concept che sta dietro a questo fantastico lavoro è una leggenda del folklore abruzzese: ce ne puoi parlare, in relazione al disco?
'Abbatia Scl. Clementis' è veramente una sentita opera da me scritta e dedicata a questo monumento patrimoniale e mondiale di immensa importanza. La particolarità di questa stesura Heavy/Dark è che i testi sono stati ripresi in parte da scritture antiche (900 DC) incise sulle pietre scultoree e non del preziosissimo tempio di Dio. E' un lavoro molto caro all'Abruzzo e a tutti quelli che ritengono l'arte il progresso e la libertà del mondo.

Come emerge anche dal disco di cui abbiamo parlato, c’è un amore molto forte che ti lega all’Abruzzo, la tua terra: come ha influito questo elemento sulla tua musica?
La cultura popolare e musicale Abruzzese sin da piccolo ha sempre influito molto sul mio pensiero. Gli spunti e i tempi grezzi e secolari che a volte riescono e rivivono nelle frequenti manifestazioni di angolature paesane, hanno sicuramente creato in me una vera passione della ricerca di tempi e di riff popolari, che a volte riescono a emergere anche in composizioni molto estreme come può essere la musica di The Black.

La tua uscita successiva, 'Refugium Peccatorum', nel 1995, vede, tra le altre cose, la ripresa di vecchi brani, tra cui una cover dei Requiem: cosa vi proponevate con questo lavoro? E quali furono i motivi del passaggio dalla Minotauro alla Black Widow Records, che appunto ha provveduto a pubblicare questo disco?
'Refugium Peccatorum', per quel che mi riguarda, mi ricorda esattamente il passaggio definitivo alla Black Widow e quindi questo unico vinile numerato e preziosissimo vuole in qualche modo raccogliere un po' tutte le sensazioni e le idee delle band più importanti di Mario "The Black" Di Donato, ora che la sicurezza di una prestigiosa casa discografica come la Black Widow mi spingeva in nuove soluzioni e mi dava nuova linfa per agire.

'Apocalypsis' poi, uscito nel 1996, ha costituito un esempio riuscito di sperimentazione di nuove sonorità senza snaturare il vostro stile, tenuto conto anche del fatto che se non sbaglio fu proprio in occasione del rilascio di questo disco che entrò in formazione il grande Gianluca Bracciale. Inoltre optasti per un cantato in italiano (che già avevi proposto in "Oremus" all’epoca di 'Abbatia S. Clementis'). Quali furono i motivi di questo insieme di scelte?
In definitiva 'Apocalypsis', come nella vera Apocalisse, doveva apparire scomposta e rivoluzionaria; l'entrata di Gianluca Bracciale nella band fu sicuramente una novità e il fatto di cantare un po' in Latino e un po' in Italiano certo non avrebbe mai allontanato dall'idea e dal progetto iniziale di The Black, visto che la band andava alla grande e le idee compositive per questo progetto particolare e rivoluzionario al sottoscritto non mancavano.

Il successivo 'Golgotha', uscito nel 2000 sempre per la Black Widow, ti ha visto addirittura incidere due cover, "Sospesa a un filo" dei Corvi e la fantastica "Il giudizio" dei mitici Rovescio Della Medaglia, una specie di tributo alla grande musica italiana dei decenni passati: cosa puoi dirci a riguardo?
'Golgotha' una pagina oscura e triste della nostra vita, infatti l'album è dedicato agli eccidi e alle guerre nel Kosovo. A proposito dei Corvi ho voluto omaggiarli con "Sospeso a un filo" perché in passato è stato un gruppo che ho sempre ammirato. "Il Giudizio" dei "Il rovescio della medaglia" è un altro omaggio al cantante di questa band mitica degli anni '70 Pino Ballarini, Pescarese e musicicsta Rock impegnato, che ho ritrovato insieme a Franz Di Cioccio della PFM, Tony Pagliuca e Ivan Graziani nel libro "Il Rock in Abruzzo" di Luigi Di Fonzo come pilastri essenziali del Rock Abruzzese.

Nel 2004 sei ritornato prepotentemente sulle scene con il doppio lavoro 'Peccatis Nostris - Capistrani Pugnator', che vi ha riportato a un sound potente e aggressivo, senza comunque perdere tutta la carica di evocatività che vi distingue da sempre. Parlaci di questi due lavori: vanno concepiti come un’entità unica o come due cose ben distinte? Cosa vi proponevate a livello artistico con questa uscita?
'Peccatis Nostris' vuole analizzare soprattutto i nostri errori le nostre leggerezze di vita in questo XXI secolo e spazia da motivi lenti e tenebrosi ad altri più violenti e sanguigni quindi; è un lavoro a sè, un lavoro unico che dovrà essere visionato in tanti modi. 'Capistrani Pugnator' invece è un ulteriore omaggio alla bellissima ed enigmatica statua calcarea del VI secolo AC conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, da studiosi e storici dell'arte che ancora oggi non hanno saputo dare una giusta collocazione artistica. Quindi sono due proposte singole, in un unico CD come se non si dovessero mai separare, anche se nella proposta su vinile della Black Widow le parti sono state stampate singolarmente.

The Black

Nel 2010, infine, hai pubblicato il bellissimo 'Gorgoni', per il quale ci tengo personalmente a farti i miei più vivi complimenti: a mio modesto parere si tratta di un lavoro maestoso, senza dubbio il migliore disco Doom italiano degli ultimi dieci anni. Ce ne vuoi parlare? Qual è il concetto che sottende quest’opera?
Le Gorgoni sono state per me sempre un motivo di attrazione, già dal periodo delle scuole medie quando i professori ci parlavano della mitologia Greca e di queste tre creature punite da Zeus di cui Medusa che lo stesso Caravaggio e Cellini, con la statua situata in Piazza della Signoria a Firenze ha sbalordito, le migliaia di persone che hanno visionato l'opera, notando soprattutto la violenza di Perseo che mostra il suo trofeo sanguinante della testa piena di serpenti di Medusa. In effetti le "Gorgoni" rappresentano anche in questo secolo la parte cattiva e violenta della nostra vita quotidiana.

Sempre l’anno scorso, a quanto mi risulta, hai anche ricevuto il Premio Internazionale Dante Alighieri, che ha premiato il tuo impegno di artista per aver accresciuto la fama dell’Abruzzo anche all’estero. Immagino si sia trattato una grandissima soddisfazione: cos’ha significato per te?
Il premio Dante Alighieri è stato uno dei tanti ricevuti ma il più bello e importante perché dato a un "Metallaro" come The Black abbatte quelle barriere finora esistite tra la cultura e il Rock estremo. Penso che nessun musicista di nicchia abbia mai ricevuto un premio come questo, che ogni anno viene assegnato a personaggi importanti della cultura Mondiale e Italiana.

Hai attraversato da protagonista quattro decadi di Rock italiano: come giudichi la scena nazionale dei giorni nostri?
Ci sono state e ci sono sicuramente proposte molto interessanti perché non mi stanco mai di dire che il nostro bagaglio musicale può senza dubbio confrontarsi altamente con le più grandi situazioni musicali nel mondo, basterebbe solo che le composizioni delle band non riflettessero molto le caratteristiche essenziali di grandi combi internazionali e fossero più rafforzate da una personalità compositiva che a volte manca.

Sei un musicista apprezzato e stimato, tanto da essere stato "ospitato" l’anno scorso nel disco di debutto dei Sancta Sanctorum del grandissimo Steve Sylvester e da aver ospitato a tua volta il mitico Thomas H. Chaste nella tua ultima fatica discografica: com’è stato lavorare con artisti come loro?
Sicuramente molto facile quando con solo i movimenti e gli sguardi si capisce ciò che si vuole ottenere. Steve e Thomas sono dei grandi artisti, professionali e soprattutto credono a tutto ciò che hanno fatto e che faranno, loro fanno parte di quel patrimonio Rock culturale al quale l'Italia anche nel tempo non ne potrà fare a meno.

Dopo aver sfornato un capolavoro del calibro di 'Gorgoni', quali sono ora i tuoi progetti per il futuro? Hai altri dischi in cantiere?
Ho già scritto due nuovi album, dedicati al Decamerone e alle fobie umane. Spero che presto entreremo in studio per la registrazione di almeno uno di loro, visto che la Black Widow vuole in questo periodo ristampare tra l'altro alcuni vecchi album dei The Black, tra cui 'Refugium Peccatorum' con tre nuovi pezzi mai pubblicati prima.

Bene. Ti ringraziamo infinitamente per il tempo che ci hai dedicato, è stato un vero piacere ospitarti tra le nostre pagine in quest’intervista, che ti lascio concludere come preferisci. Ciao Mario! Un saluto e i migliori auguri da parte mia e di tutta Italian Metal!
Mi scuso innanzitutto per il forte ritardo di questa intervista anche se ci tenevo molto a parlare con voi di The Black. In effetti da anni supportate questi miei progetti e quindi vi devo la mia stima e il mio rispetto, lunga vita ad ITALIAN METAL e a tutta la sua redazione e ai tanti lettori che gustano questa linfa vitale.


Intervista a cura di Mirco Frassetto

 

Commenti 

 
# Marco75 2012-09-26 21:35
Grandissimo Mario Di Donato davvero uno dei più grandi del Metal Italiano! Complimenti Italian Metal bell'intervista
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# Evil7 2012-09-30 19:55
Mario Di Donato un grande e poliedrico artista del patrimonio Metal Italiano! \m/ Doom on
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# Walter 2012-10-08 22:05
L'unico vero artista a mio avviso, in Italia, che ha tenuto duro ed ha creduto nel portare avanti la lingua Latina e la cultura Italiana nel Metal internazionale. Metriterebbe di essere presente nelle grandi manifestazioni Metal! Sottovalutato!
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# ANTONIO 2014-04-17 19:43
e' stato bello vedere ricordato un caso di follia... provevamo insieme in quelli della casa SONSINI in via dei Peligni... UNO STRANO AVVENIMENTO ed UN CASO DI FOLLIA.... un abbraccio a Mario Di Donato.... ho la tua Telecaster...
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