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Con le borchie nel cervello (pt. IV)
Scritto da Maurizio 'Angus' Bidoli   
Domenica 31 Maggio 2009 09:00

Con le borchie nel cervello (pt. IV)Dopo aver pubblicato l'intero primo capitolo di 'Con le borchie nel cervello', Italian Metal vi propone la seconda parte del racconto biografico di Maurizio 'Angus' Bidoli, storico fondatore dei romani Fingernails.
Ecco dunque la prima delle due parti del secondo capitolo, in cui Bidoli parla in maniera più approfondita di alcuni aspetti della vita del metallaro e delle sue esperienze, passando dai tanti amici e concerti, senza tralasciare la scena romana in tutti i suoi aspetti.
Buona lettura.

 

 

Con le borchie nel cervello
capitolo 2 - parte prima

Lo avete mai "visto" un metallaro? Lo avete mai "ascoltato"? Siete a conoscenza del perché di tali comportamenti? Cazzo, eppure è un ragazzo come tutti gli altri...

Come tutti gli altri?? Ma come cacchiarola potete dare un affermazione del genere se non lo avete mai conosciuto?! Questo lo posso gridare con tutte le mie forze perché lo sono stato anch'io (e lo sono tutt'ora) e conosco la sua psicologia.
Nella prima parte del racconto ho parlato dei personaggi e degli episodi legati al popolo metal di Roma negli anni '80 nella speranza che oggi qualcosa fosse cambiato. Un cane di oggi od un gatto, una lucertola, una formica, un cavallo od un qualsiasi altro animale che non sia l'uomo, pensate sia cambiato da quando esiste? Qualcuno potrà obiettare che anche l'essere umano è rimasto uguale, se non che abbia cambiato abitudini o modi di vestire. E' vero, ma gli animali ragionano diversamente rispetto duemila anni fa? Voi starete a chiedervi che cazzo di discorso sta facendo il Bidoli e a cosa vuole alludere. Il punto è questo: il metallaro dei miei tempi non è diverso da quello odierno! Ascolta la stessa musica, si veste allo stesso modo, porta sempre i capelli lunghi e lancia urli disumani come facevamo noi. Scrissi che per essere metallaro non devi avere tutte le rotelle a posto e su questo sono d'accordissimo, anch'io mi sento una certa follia dentro ma non perché sia stato un metallaro, proprio perché avevo una predisposizione a diventarlo! Mi spiego: se uno ama i Metallica o gli Slipknot, tanto per fare un nome, non è detto che debba essere un metallaro! Ma se uno che ascolta questo tipo di musica si comporta in modo anomalo, beh, credo che lo sia ed anche di brutto! Riepiloghiamo: essere un VERO metallaro significa esserlo per attitudine e non per "ascolto"! Ci siamo capiti
 
Tutta questa introduzione serve a far capire a voi altri la differenza tra l'uomo comune ed il metallaro. Se incontri un VERO punk, tu sai che è un tipo di persona perennemente contro il sistema, che ha detto basta, si è imbruttito ed è incazzato di brutto. Ti consiglio di starne alla larga se vuoi vivere tranquillo. Se incontri un dark, tu sai che ama l'oscurità, che vive la notte, che ama la morte ed è sempre perennemente pallido. Se non ti vuoi suicidare, stanne alla larga! Così come se incontri un rockabilly, un mod, un hip-hopper, un fighetto, un pariolino, sai cosa aspettarti da loro, ma da un metallaro puoi aspettarti di tutto! Devi solo carpire la propria fede e se è uno autentico, vuol dire che hai beccato il pazzo, il folle, lo strano...
Scrissi che scoprii di essere metallaro quando ascoltando un pezzo dei Deep Purple con un favoloso assolo di Blackmore mia madre mi ritrovò in terra ad agitarmi come un ossesso, un po' come anni dopo ci fece vedere un certo Angus Young! Avete capito perché mi sono auto-nominato "Angus"? Non era come quando ascoltavi altri generi musicali, con Hendrix piangevo di gioia e di dolore pensando alla sua morte, ma con i gruppi hard o meglio ancora, heavy metal, mi trasformavo, la pelle si accapponava, davo di matto, mi agitavo e mi lanciavo in un headbanging sfrenato! Subito dopo ero sfinito e sudato all'inverosimile, i capelli dovevano essere lunghi per "sentire" il movimento quando ti agitavi e tutto questo ti faceva sentire animalesco, eri soddisfatto e ti sentivi principalmente "sfogato" di brutto. Un nostro amico negli anni '80 lo avevamo soprannominato "occhichiusi" perché aveva gli occhi perennemente socchiusi e ci chiedevamo se in realtà ci vedesse realmente. Era piuttosto alto, magro, non portava capelli lunghi ma amava moltissimo il thrash metal; ogni tanto mentre eravamo riuniti a parlare tutti insieme, lo vedevi improvvisamente partire per la tangente e correre come un pazzo verso un muro per prenderlo a spallate. Era una cosa normale per noi, per lui forse era un modo come un altro per prepararsi al concerto e saltare in testa agli altri davanti al palco, chissà! Ogni tanto, tra di noi, ci si lanciavano occhiate d'intesa e subito dopo saltavi addosso al primo sprovveduto che stava un po' distratto. Eravamo come dei bambini in perenne gioco.

Le Borchie
Con le Borchie nel CervelloErano l'elemento cardine una volta compreso di essere divenuto un metallaro, te le cucivi nel giubbotto di jeans o di pelle, per poi andare in giro per la città e non solo ai concerti. Io ne acquistai una trentina e con pazienza certosina le infilai una per volta sul mio giubbetto jeans; e non potevo chiederlo a mia madre perché si sarebbe rifiutata di farlo. All'epoca non c'erano ancora in giro i chiodi (così venivano comunemente chiamati i giubbotti di pelle) e ti dovevi per forza adattare a quello che passava il convento; prendevi un vecchio vestito od una maglietta e la trasformavi a tua maniera, non prima di discutere violentemente con tua madre che inorridiva di fronte al tuo progetto. Lei avrebbe preferito portarmi da uno psicologo perché rifiutava di capire suo figlio (mio padre teneva molto all'eleganza anche se di provenienze operaie), ero il perfetto contrario del genitore, ero colui che amava vestirsi da straccione. Per mio padre tutto procedeva alla normalità, "lascialo sfogare, poi gli passerà!" ma così non fu e ben presto anche lui si incazzerà di brutto per farmi cambiare idea. A malincuore uscivo di casa la mattina per andare a lavoro vestito normalmente per evitare casini con i miei, ma una volta arrivato alla mia autovettura aprivo il cofano anteriore dove tenevo nascosto il mio giubbetto borchiato e la giornata ritornava serena.
Sul finire degli anni '70 acquistai un magazine musicale ed aprendo una delle pagine centrali scoprii una rubrica dedicata al vestiario rock, c'era il fricchettone, il punker, il dandy ma soprattutto l'hard-rocker. Lo si dipingeva con capelli lunghi e fascia in testa, magliettina bianca, jeans scampanati, cinta borchiata e scarpe ginniche. Non che non mi piacesse, mi sembrava poco "esagerato", look poco scioccante rispetto al punk. Io avrei voluto osare di più nel travestirmi. Inizialmente avevo acquistato dei gadgets raffiguranti i gruppi rock più in voga e li avevo infilati sui pantaloni jeans, portavo un braccialetto borchiato ed una piccola catena, capelli lunghi e collanina al limite del fricchettone. Mi riversavo coraggiosamente per le vie della città in cerca di emozioni e di miei simili. Scoprii la vendita di borchie a poco costo in un negozietto del centro e subito mi venne l'idea su come trasformare il mio vestiario. Che scoperta ragazzi, stavo migliorando nella ricerca di un vestito "cucito" addosso e che doveva avere qualcosa di speciale, quindi avrei poi pensato ad un comportamento adeguato.

La catena
Era qualcosa di potente, un cazzo lungo e turgido, ti sentivi un superdotato. Entrai in una ferramenta di via Cavour e scelsi accuratamente la dimensione più consona alle mie attitudini. Sarebbe dovuta essere grossa e possente, lunga da potertici strozzare e doveva girarti intorno in più parti ma soprattutto doveva fare rumore. Il rumore del metallo. Provai a farmela passare attorno al collo ma le maglie mi procurarono una ferita. Cazzo! Non riuscivo a dare un senso al suo utilizzo. Volevo strabiliare e non capivo perché un serpente ferrato lungo due metri non riuscisse a fare la sua bella figura. Alla fine ci riuscii, mi stava da dio, la feci passare in più parti e con gli amici mi vantai della sua simbolica potenza. Qualcuno si chiese con quale coraggio potessi farmi vedere in giro vestito in quel modo ma stava lì il senso di quella catena, doveva scioccare, scandalizzare e soprattutto doveva mettere paura. Ringhiavi se qualcuno osava guardarti sconvolto o in maniera critica e schifata. Se poi ci mettevi l'ironia di certi coattelli di periferia, beh, a volte dovevi far finta di nulla e girare i tacchi, non era certo gente amichevole ed il tuo vestiario era una provocazione nei loro confronti, sembrava volessi dire loro "vi spacco il culo se dite qualcosa!". Una volta a piazza Navona si avvicinò un tizio poco raccomandabile, aveva già espresso il proprio giudizio su di me ai suoi amici e lo avevo capito dal modo di guardarmi e deridermi. Stava per chiedermi qualcosa, forse tentare di vendermi droga. Ero convinto invece che volesse chiedermi soldi e lo anticipai con un secco "non ho una lira, gira a largo!". Lui mi guardò con sorpresa, non se lo aspettava e subito dopo mi aggredì verbalmente, offeso dal fatto che lo avessi scambiato per uno squattrinato. Era veramente infuriato e quando accennai ad una reazione, lui si volse verso i suoi amici e fui costretto a darmela a gambe infondendo in tutta la piazza un rumore ferroso che faceva destare i turisti dalla visita alla fontana antica mentre i balordi speravano di acciuffarmi per farmela pagare, urlando a squarciagola tutto il loro odio con parole che anche uno straniero avrebbe compreso. Metallaro incazzoso sì, ma eroe proprio no! E' forse questo il motivo per cui i metallari girano spesso in gruppo, in modo da sentirsi protetti di fronte ad aggressioni. Quando giri in gruppo ti senti una bestia che può permettersi di provocare chiunque o quasi, tranne quando nelle vicinanze c'è un poliziotto od un coatto troppo grosso, allora ti puoi mettere tutte le catene che vuoi ma se uno di quelli che ho nominato ti affronta, non c'è storia, devi dartela a gambe e devi anche essere molto preparato con il fiato. Un palestrato ad un concerto degli Iron Maiden a Napoli si incazzò talmente che tenne in scacco da solo un intera platea di metallari che voleva colpirlo.
La difficoltà ai concerti è far entrare una catena di due metri senza farsela sequestrare dalla security. Era qualcosa di impensabile, non potevi separartene, dovevi escogitare un idea per entrarci senza avere discussioni col servizio d'ordine o col poliziotto di turno. Acquistai una catena più fina per le serate dal vivo e la infilai accuratamente dentro gli scarponi anfibi. Non era certamente una cosa semplicissima e quando ci mettevi i piedi ti facevano un male bestia ma sapevi che era solo per percorrere pochi metri, camminavi zoppicando con la speranza che nessuno se ne accorgesse e ci riuscivi sempre, entravi nel palasport o nel tenda e subito dopo mostravi agli amici la catena in segno di vittoria e tutti ti accoglievano con un boato di approvazione. Eri un eroe che era riuscito a sfidare il potere.

Polizia e carabinieri
Elemento di disturbo del tuo vivere libero.
Non c'è proprio niente da fare, quando li vedi, la prima cosa che ti viene in mente è "Che palle!". E non è paranoia od altro, difficilmente tra i metallari ci trovi il delinquente, l'avanzo da galera, malgrado l'aspetto poco rassicurante. E' proprio una questione di fastidio ed antipatia altrimenti potrei anche pensare che i tutori dell'ordine sono degli stupidi. Con qualcuno ci puoi parlare, con altri invece è impossibile, ti aggrediscono e non ti danno possibilità di replica. Pensano che sei un cretino, sei facile preda delle loro derisioni e sanno che non puoi reagire. Ne godono come cavalli in amore. Che coglioni! Quando li vedo, il cielo si oscura e la bile invade il fegato distruggendolo in un attimo; speri che se ne vadano presto altrimenti sarai tu ad allontanarti in tutta fretta per evitare contatti. Sono come l'aids, se lo conosci lo eviti. Lo urlai ad un concerto al teatro Orione in cui augurai il terribile male ad una truppa di poliziotti intervenuti a sedare una serata divenuta troppo pericolosa.
Lavorai come "servizio d'ordine" al Palasport durante il concerto degli Europe a fianco di due carabinieri all'entrata di uno dei tanti cancelli esterni e direi che inizialmente inorridii nel sapere che per tutto il pomeriggio e durante lo show avrei dovuto dividere il mio tempo con gli odiati "nemici". Cercai di essere sciolto e di fare amicizia con loro per puro spirito di sopportazione ma colmo dei colmi ci riuscii. Essenzialmente sono un tipo che cerca sempre di dialogare con gli altri, all'epoca avevo ventisette/ventotto anni ed ancora mi sentivo piuttosto acerbo o meglio, non ero in piene facoltà mentali a dire la verità ma sapevo già riconoscere le trappole della vita. Fui sincero con loro cercando di intavolare il discorso sulla diversità del nostro "popolo", cosa pensassero dei metallari e perché tutto quell'odio nei confronti di persone che a detta mia, consideravo bravi ragazzi malgrado l'aspetto un po' trasandato. I due militi erano entrati in confidenza con me e rispondevano con gentilezza dandomi ragione su alcuni punti. Nel frattempo mentre parlavamo, alcuni metallaretti si affacciarono ai cancelli chiedendo ad uno dei carabinieri se fosse stato possibile farli entrare senza biglietto ma ricevettero un secco rifiuto. Questi, senza perdersi d'animo, lo mandarono tranquillamente a fare in culo e lo dissero con una semplicità da far paura. Rimasi di sasso, stavo esponendo le qualità di una categoria di persone ed ora avrei dovuto in qualche modo giustificare quel gesto infamante. I militi allora si vendicarono sequestrando ad ognuno che entrava allo show, cinte e catene varie trastullandosi di fronte a tali ricchezze, ma non mi persi d'animo e cercai di convincerli del contrario. Questa volta fui più convincente e quando un metallaro si presentò all'entrata con una cinta borchiata, i due carabinieri si voltavano verso di me chiedendomi se fosse stato il caso di farlo passare o no. Ovviamente stavo dalla parte dei rocchettari. Riuscii persino a far entrare qualcuno senza biglietto ed un ragazzo quasi si ruppe un piede nel saltare giù dal cancello non fidandosi del carabiniere che gli dava via libera.
Mi dava ai nervi quando ti fermavano e ti chiedevano i documenti perché sapevi che la successiva richiesta sarebbe stata : " Hai precedenti penali?" ...e che cazzo! Possibile che noi risultassimo sempre avanzi da galera? Eppure ci specchiavamo spesso e potevamo di certo affermarlo: sembravamo davvero degli avanzi di galera! Non lo si poteva negare, ci vestivamo in modo da risultare ceffi poco raccomandabili, volevamo spaventare la gente e fare in maniera che nessuno ci rompesse i coglioni ma ti dava fastidio se a fartelo notare fossero stati proprio loro, i militi, la legge, i cacacazzi del sabato sera. Mio padre diceva che sembravo un selvaggio ed aveva pienamente ragione. Forse da una parte ne godevamo, affrontare la legge, il rischio, il brivido che ti indurisce i coglioni e ti fa ritirare il cazzo dallo spavento. Era come il passaporto per una vita spericolata, non volevamo passare per bravi ragazzi per non sembrare dei coglioncelli, insomma che cacchio volevamo essere??

Le plegine di Andrea
Con le Borchie nel CervelloOvvero, come ravvivare le serate noiose e come passare il sabato. Erano considerate la droga dei poveri ma non erano una droga. Le plegine, compresse eccitanti che aiutano gli obesi a dimagrire, ti tolgono l'appetito e per 24ore non ti va di mangiare nulla. Gli studenti universitari le usavano per studiare e per attivare la concentrazione. Le pasticche se mischiate con l'alcol ti danno un euforia dilagante e tu cominci a sudare copiosamente e non senti fatica, insomma, il tipico medicinale "sconvolgente". Una volta scoperto il suo valore energetico ma pericoloso, fu ritirato dal mercato e venduto solo dietro ricetta medica. Dovevi presentarti davanti un dottore e se non pesavi oltre centocinquanta chili e non dimostravi che la notte ti ingurgitavi anche il frigorifero, non te la prescrivevano. Però qualche studente la chiedeva sottobanco a qualche infermiere che dietro pagamento te le rimediava. Andrea, metallaro studente d'università, ne acquistava in quantità industriali ed era costretto a cambiare farmacia ogni volta per non destare sospetti, credo che abbia girato tutta Roma se non i Castelli e provincia. Si presentava al muretto del rione Monti e le distribuiva a tutti noi ricevendo offerte in denaro; sarebbe potuto diventare ricco da tale mercato ma girava sempre con un vecchio sdrucito giubbotto nero di pelle strappato sotto le ascelle. Si andava in giro per la città frequentando alcune birrerie e ci rimanevi giusto il tempo di venire cacciato via a causa del casino che creavi, quindi cambiavi zona e te ne andavi da un'altra parte, le plegine ti assicuravano l'energia necessaria ad affrontare chilometri su chilometri.
A Reggio Emilia avrebbero suonato gli Anthrax e Testament e durante il trasferimento in pullman da Roma, giravano le plegine. Arrivati a destinazione ci azzuffammo immediatamente con un gruppo di metallari toscani a causa di un loro affiliato che si aggirava ubriaco in mezzo alla gente cercando un romano da aggredire. La domenica precedente allo stadio di Firenze durante l'incontro di calcio Fiorentina-Lazio ci fu un accoltellato. Era un suo amico (che fortunatamente si salvò) ed ora voleva vendicare il fattaccio facendola pagare a qualche metallaro romano presente al concerto. Era una cosa assurda, che cosa c'entravamo noi su un fatto da stadio? Per giunta, la maggior parte era di fede giallorossa... Lo vedevi aggirarsi come un folle, urlava "Romani di merdaaaaaa, dove siete bastardiiiii!". Il tizio non era certo un piccoletto. I toscani sono gente di montagna e lavorano anche la terra, fisicamente parlando sono degli autentici giganti. Giovanni, che si trovava a parlare con me in privato, aveva preso due pasticche di plegine ed era abbastanza su di giri. Quando il bestione si avvicinò, ci chiese di che parte fossimo, dopodiché strattonò Giovanni per i capelli e lo fece cadere in terra. Intervenii in sua difesa, quindi presi a colpirlo con violenza. Il mio amico si alzò e si vendicò; ormai ci si era scatenata la parte violenta e non eravamo certo lucidi in quel momento, avremmo potuto anche ucciderlo. Cazzo, quando parti di brutto non vedi più nulla, te lo devono togliere dalle mani. Vennero in difesa del malcapitato una decina di suoi amici e ci fu una zuffa rumorosa perché nel frattempo anche i romani erano intervenuti. Per fortuna ci si fermò in tempo e la bestia col viso completamente insanguinato, fu portato via mentre continuava ad inveire contro di noi.
Andrea, il pusher di plegine, era sempre sconvolto, aveva una ragazza carina ed appetitosa che non parlava mai, sembrava una punkettona, portava i capelli ricci raccolti con una fascia elastica ed aveva un paio di occhiali. Era una attraente femmina con delle labbra carnose sempre colorate ed invitanti ed un culo da spavento. Ce la guardavamo ogni volta che si presentava con Andrea e comprendendo i nostri desideri nascosti, non ci dava mai confidenza ma gli stavamo certamente simpatici, rideva sempre ad ogni battuta ed ogni tanto parlava con me dei Judas Priest che amava alla follia. Aveva una voce ammaliante ma distoglievi qualsiasi pensiero cattivo per rispetto al nostro amico che in fondo non era antipatico, lui era un bel tipo, alto, magro e soprattutto amava come noi la birra e le plegine.
Una sera uscimmo io, Andrea, Mazinga e Mototopo e ce ne andammo in una birreria a far baldoria. Stavamo esagerando un po' e capimmo che era tempo di ritirarci ognuno a casa propria; il Mazinga era veramente su di giri e voleva che prendessimo la macchina per continuare la serata. Non era il caso e cercavo di farglielo capire, non eravamo in grado di affrontare nuove avventure. Di fronte al mio secco rifiuto, gli altri si presero la rivincita e di forza spostarono la mia automobile in mezzo alla strada in modo da bloccare il vicolo. Se ne andarono lasciandomi solo. Che deficienti! Gli gridavo per convincerli di rimetterla a posto e nel frattempo qualche vettura si presentava per la via rimanendone intrappolata, ero troppo incazzato e ricacciavo dietro gli ignari automobilisti che pensavano di trovarsi di fronte un folle. Mi misi seduto in terra infuriato ma avevo lasciato la macchina in mezzo alla strada e non la volevo spostare, chissà perché? Mistero pasticchiero! A quel punto un tizio con una Bmw si fermò di fronte la mia Fiesta e scese dopo aver suonato più volte il clacson. "Sai a chi appartiene questa macchina?" mi chiese. Ero infuriato e quella richiesta mi dava sui nervi, così alzai lo sguardo convinto di rispondergli a modo e mandarlo a fare in culo ma quando di fronte a me vidi un coattone piazzato fisicamente, ebbi un esitazione. "E' la mia!" risposi tremolante e lui di rimando "Embè?! Non la sposti?", non sapevo cosa rispondere e provai ad accennare una scusa "Chi l'ha messa in quel modo me la dovrà spostare!", mi guardò come si guarda un pazzo e si rimise in macchina dicendo "Bèh, allora aspetto ancora un po' in macchina!", e si rimise dentro la vettura con calma ma a quel punto capii che mi sarei messo nei guai . Ricordate? Metallaro incazzoso sì ma eroe... bèh, proprio no! Noo!!
Mi alzai e la spostai. Il coatto passò davanti a me e mi ringraziò ironicamente rimanendo a fissarmi mentre mi risiedevo in terra. Sudavo freddo e speravo che se ne andasse senza far problemi e così fu. Salvo ancora una volta. Odiavo i miei amici ed in quel momento mi sarei inculato volentieri la donna di Andrea!

Stefano, gli Aardoz e la scarpa dell'espero
Gli Aardoz erano un trio romano di heavy metal dallo stile motorheadiano. Stefano il chitarrista provava nella cantina di una punk band e per questo era divenuto loro conoscente. Frequentava i concerti assieme ai punkettari malgrado avesse gusti musicali differenti, era un metallaro, portava i capelli lunghi ed era sempre su di giri. Durante i pomeriggi domenicali del teatro Espero nel 1° festival rock italiano '80, stava suonando una hard rock band di Brescia, i Backwall; il cantante era una sorta di Gillan scatenatissimo, portava una giacca di cuoio nera con le frange e saltava da un lato all'altro. Il bassista sembrava un samurai, coda di cavallo, baffi alla mongola, alto e fisico prestante mentre gli altri del gruppo sembravano piuttosto mingherlini ed avevano un atteggiamento timoroso. Furono accolti con grande entusiasmo dai ragazzi amanti del metal, facevano abbastanza casino ma dall'altra parte, i punks dei Centocelle City Rockers, non erano certamente solidali con loro e continuavano a sputare sui musicisti. Sputare, per un punk, era sempre segno di apprezzamento (così si pensava negli anni '70 in Inghilterra), ma in quel caso non credo avesse quel significato. Il bassista era l'unico che affrontava i teppistelli rispondendo alla provocazione con scatarri di fenomenale portata. Porca puttana che cozze ragazzi! Non invidiavo certo chi si fosse trovato a tiro. A quel punto dalla platea vidi partire un oggetto piuttosto voluminoso, non lo avevo mai visto fare nei concerti, era un qualcosa di impensabile da tirare anche perché è un qualcosa che di solito non si tira e non puoi certo rischiare di non averlo più indietro. Una scarpa! Troia cane! Ma chi è quel pazzo folle che si è permesso di fare ciò? Di certo non era un non normale. Mi alzai dal sedile per conoscere il tizio, vidi una folla di ragazzi che abbracciava il tiratore di turno ma non si riusciva a distinguerlo, tanti erano i punks intorno. Immediatamente dopo, il tizio uscì dalla folla, si lanciò sul palco, recuperò il reperto e mostrandolo come un trofeo si tuffò tra le persone che affollavano il sottopalco con felina velocità per evitare un possibile contatto col bassista che lo stava per colpire. Tempo dopo lo conobbi personalmente, era Stefano degli Aardoz. Che coraggio! Complimenti Stè.

Davanti al palco
Eccolo! Il fronte! Il mitico luogo di battaglia! Il palco, la frontiera per inzupparsi di sudore e scatenarsi durante il concerto. Quando entri nella hall ti precipiti a guadagnare il posto d'onore, vuoi sentire il calore dei musicisti e principalmente vuoi sbattere la tua testa a tempo di musica e sfogarti al limite della resistenza umana. Durante lo show, la temperatura del luogo sale in maniera supersonica, tutti accalcati senza un filo di ossigeno, il giubbotto di pelle tiene molto caldo e cominci a sudare copiosamente. Però non abbandonerai mai il tuo posto guadagnato con sacrificio, ti fai due ore in piedi in attesa della band di turno e quando salgono sul palco avrai si e no perso tre chili. E' stressante! Ma rimanere dietro a vedere lo show, non ti andava proprio, lo volevi vivere, condividere con gli altri lo scatenamento ossessivo del metallo fuso, è come una danza tribale, urli forsennatamente fino a farti sparire la voce. Il caos vissuto come fede ed alla fine ti rimane la gioia di aver assistito ad uno spettacolo indimenticabile. A volte succedeva che qualche metallaretta trovava il coraggio di affrontare la folla e si guadagnava, pochi minuti prima dell'inizio, il posto davanti il palco chiedendo spazio in maniera inequivocabilmente provocatoria, da femmina a cui non puoi dire no. La cosa ti faceva un po' rodere il culo, ti eri fatto due ore di spintoni per mantenere il posto mentre una troietta ti si metteva davanti senza fatica. Doveva pagare lo scotto! Durante lo show le facevi sentire la patta dietro il culo e durante le cariche gli toccavi le tette. Con alcune ne valeva la pena, erano proprio "bone", avevano un bel culo sodo e spesso ci stavano o facevano finta di non accorgersene, altre invece erano infastidite e si allontanavano già dal primo brano per non rischiare di venire violentate. Dovevi fare molta attenzione quando le pulselle si presentavano col ragazzo, ho visto picchiare selvaggiamente dei malcapitati che avevano appoggiato il loro cazzo sudato e lercio nel culo della loro biondina o moretta, ma era impossibile evitarlo dato la calca assurda che si creava. Quando capitava a me, dovevo prima guardare chi fosse il compagno, se era un mingherlino, mi appoggiavo tranquillamente sul culo della sua ragazzetta, che cacchio avrebbe mai potuto dirmi in mezzo a quel casino? Ma se il compagno della metallaretta era un bestione, il cazzo sarebbe stato per il tuo culo... Beh, era meglio non provarci, ti scansavi perché immaginavi già come sarebbe finita.
Durante il concerto, il chitarrista della band ti lancia la penna della sua sei corde ed il batterista tira le bacchette oppure il cantante ti dona il suo asciugamano intriso del proprio sudore. Provate ad immaginare il casino che si crea durante i lanci, la folla si sposta paurosamente e rischi di cadere e rimanere schiacciato. A volte ne approfitti per guadagnare posizioni davanti al palco ed a volte partecipi per tentare di recuperare qualche prezioso reperto.

Riccardo “Duracell”
Riccardo DuracellMi manca! La sua scomparsa ha lasciato in me una terribile amarezza. E' stato come un fratello, mi ha fatto divertire e mi ha fatto incazzare moltissimo e spesso mi sono lamentato del suo modo di agire, non lo nascondo. Se qualche volta l'ho odiato era per colpa sua, aveva dei comportamenti strani, soprattutto nell'ultimo periodo, ma non posso che ricordarlo con simpatia, con gli amici era sempre generoso e spesso non ha ricevuto ciò che meritava. Quando lo conobbi nell'84 suonava la batteria con i Fuori Dal Ghetto, una punk ska band di Centocelle e proveniva dall'esperienza degli SOS di Fernando. Quando mi chiesero di aiutarli, io avevo già i Fingernails ma con il problema del drummer. Accettai per acquisire le mie esperienze musicali, e poi suonare del buon vecchio punk non mi sarebbe dispiaciuto. Scopa era il bassista leader e mi parlò del suo progetto, di portare un sound più duro, avevano in formazione un batterista metal ed era interessato a farmelo conoscere. Quella prima session non potrò mai dimenticarla, Ricki lavorava in un pastificio a piazza Farnese e smontava alle 20.00. Si precipitava col motorino in sala pur sapendo che alle 20.30 si sarebbe dovuto smettere di suonare in accordo con il condominio. Alle 20.15 sentii un urlo disumano provenire dalle scale in fondo la saletta, "E' arrivato!" mi dissero. Subito dopo, dalla porta d'ingresso, si affacciò un tizio dall'aria paffutella che lanciò un occhiata verso di me e chiese "sei tu er chitarrista metallaro?", mi abbracciò come se mi avesse conosciuto da anni ed immediatamente dopo si mise dietro la batteria frullando furiosamente le bacchette sui tamburi senza neanche togliersi il piumone che portava addosso, si stava riscaldando. Era fatto così, un energia invidiabile nel corpo di un diciottenne. Avevo capito che per i miei Fingernails Riccardo era la persona giusta. Quando gli chiesi di entrare nella mia band, lui accettò senza esitare, amava il metal ed era fiero di partecipare al progetto. Caratterialmente aveva sempre la battuta pronta, le sue bugie erano talmente innocenti che lasciavi andare la cosa. Me ne accorsi ben presto durante le prove, ci misi un po' a capirlo ma quando lo scoprii, mi fece incazzare di brutto. Era fissato col suonare la doppia cassa. Non è facile e a Roma l'unico che ci riusciva bene era Master dei Raff. Riccardo partiva in quarta, e mantenere il ritmo giusto per diverso tempo è piuttosto faticoso. Quando gli facevo notare che il ritmo calava, mi diceva sempre che c'era un problema col pedale, era troppo duro ma che avrebbe risolto in seguito. Non lo fece mai, c'erano sempre problemi.
Durante le registrazioni dell'Ep 4tracks per un etichetta statunitense, mi raccomandai con lui sull'uso della doppia cassa. Era molto dotato dietro le pelli, aveva una potenza incredibile e volevo che mantenesse quell'energia ma il suo orgoglio testardo avrebbe fatto diversamente e le registrazioni lo dimostrarono in tutto il loro splendore. "E' vero, il tempo cala!" disse di fronte a prove inconfutabili "Il pedale è duro e mi è difficile mantenere il ritmo giusto!" si giustificò ed io incazzato risposi "E allora non lo suonareeeee, cazzooooo!". Ma usare un tono serio con lui faceva l'effetto contrario, non voleva vederti serioso, portava tutto al gioco, allo scherzo e subito dopo ti saltava addosso buttandoti in terra e mimando prove di forza con te. Non c'era nulla da fare, era così e dovevi accettare. Se lo riprendevi durante le prove, si fermava e ti guardava fisso negli occhi, poi usciva dalla batteria e, come al solito, ti aggrediva gettandoti in terra. Mi incazzavo di brutto perché a volte il suo gioco era pesante, faceva male, frequentava una palestra di body building ed era un tipo tozzo e roccioso, non era certo delicato quando ti metteva le mani addosso.
Quando ti invitava a casa sua, ti riempiva di dischi da ascoltare, era un divoratore di album e cd, li acquistava e quelli che non gli piacevano li cambiava con altri dischi. Se volevi ascoltare le anteprime metal, bastava andare a casa sua, poi, se ti piacevano, te li registrava con gioia, non gli pesava farlo. Era un continuo burlone, scherzava sempre e non prendeva nulla sul serio ma a volte le cose non andavano sempre così. Un sabato dell'87 i Fingernails vennero invitati a suonare a Bari. All'epoca c'era Marco "Bomber" nel gruppo che suonava il basso mentre Chris dei Raff fungeva da produttore-menager prima di entrare in pianta stabile nella band al posto del dimissionario Bomber. Ricki in quel periodo lavorava presso un giornalaio di Ponte Milvio ed aveva dovuto chiedere un permesso che gli fu concesso ma non prima delle 10.00 di quel sabato. Chris, Bomber e suo fratello Luca avrebbero preso un treno il venerdì notte mentre io avrei aspettato Ric con la mia moto, un Morini Excalibur 350, ed avremmo raggiunto Bari verso le 15.00 (questo nelle previsioni). Partimmo alle 10.00 in punto, percorremmo l'autostrada Roma-Napoli ed uscimmo in direzione Caianello per percorrere un settantina di chilometri di strada provinciale alla volta di Benevento. Mi accorsi di non avere benzina sufficiente per attraversare tutto il tragitto ed uscimmo alla volta di un piccolo paese sperduto tra i boschi alla ricerca di un benzinaio senza fare i conti con gli orari abituali. Convinto che la chiusura fosse alle 13.00, ci accorgemmo ben presto che già da mezzora erano tutti a mangiare. "Riapre alle 15.30" ci dissero ad un bar ed io pensai che a quell'ora dovevamo stare a Bari. Cazzo! Mi feci coraggio e chiesi a qualcuno dove abitasse il gestore della pompa e per fortuna questi viveva proprio attiguo alla stazione di servizio. Bussai alla porta, una donna aprì a quel ceffo e con la faccia che rasentava la somiglianza di un culo, chiesi se era possibile fare benzina. Il benzinaio stava tragurgitando un piattone di spaghetti fumanti e per un attimo pensai al nostro pranzo, a quello striminzito pacchetto di patatine che avevamo acquistato al bar del paese. Fu veramente molto gentile e ci riempì immediatamente il serbatoio della moto. Ripartimmo, felici di aver passato il pericolo. Venti chilometri dopo, la ruota anteriore del mezzo si stava afflosciando, avevo forato. Ci fermammo in mezzo al deserto e controllai la ruota ormai completamente sgonfia e Ricki ebbe un sussulto di rabbia, bestemmiò come suo solito ma lo rassicurai, avevo da parte una bomboletta spray ripara gomme che ci avrebbe aiutato. Non avevo fatto i conti con la scarogna e mentre la gonfiavo, Ric mi fece notare il chiodo che usciva dalla gomma e che aveva causato la foratura. Lo tolsi ma l'aria usciva da quel buco e lo spray non riusciva a ripararlo. Misi un dito per bloccare la fuoriuscita e mi accorsi che forse avrei dovuto ritrovare quel chiodo perché reinserendolo forse avrebbe fatto da tappo dando il tempo necessario per la riparazione ma… cazzo! Riccardo, in un momento di rabbia, aveva preso il chiodo e lo aveva lanciato lontano! "Ma porca troia Riccà, che cacchio hai fatto ?" gli gridai incazzato, "Trovami un altro chiodo o qualsiasi altra cosa per coprire 'sto maledetto buco!" e nel frattempo tenevo premuto il dito per non fare uscire l'aria. Ric forse non se ne rendeva conto ma stavamo proprio nel deserto ed ogni qualsiasi tentativo di fermare quelle pochissime macchine che passavano, risultava vano. Vi sareste fermati voi di fronte a due tizi poco raccomandabili su una strada deserta? Credo neanche io! "Riccaàaaaaaaa! Che cazzo hai deciso? Si trova o no 'sto chiodooooo?" , sapeva che non stavo scherzando e non poteva neppure tentare una reazione burlona vista la situazione che si era creata, "non trovo nulla" mi disse ma io gridai con più forza "Cammina e trova qualcosa, dovessi arrivare fino a Benevento a piedi! Capisci che si rimane qui, cazzo?". Ero veramente infuriato, mi veniva da piangere ma quando vidi quel sassolino lì in terra vicino la ruota, ebbi un lampo di genio. Lo presi e con un urlo degno del miglior Bruce Lee, lo infilai nel buco con grande dolore del mio dito che cominciò a sanguinare. Miracolo! L'aria non usciva più e chiamato Riccardo, ripartimmo nel tentativo di raggiungere l'autostrada al più presto malgrado la ruota non fosse proprio totalmente gonfia. Ricordo che arrivammo a Bari verso le 20.00/21.00. Quella sera Riccardo si appoggiò ad una panca del locale e vi si addormentò stremato dal viaggio allucinante, aveva il corpo che penzolava nel vuoto e sarebbe stato impossibile riposare in quel modo ma lui ci riuscì ugualmente. Una volta prese una plegine e si addormentò nel locale. Incredibile! Aveva quest'energia già anfetaminica di suo che una qualsiasi pasticca eccitante gli faceva invece da calmante. Mentre noi "normali" quando ingoiavamo gli eccitanti, questi ti facevano schizzare, per Riccardo invece facevano l'effetto contrario, era già di per sé un soggetto anfetaminico che quando le prendeva, la sua adrenalina si abbassava, così quando tu stai a palla, lui s'addormenta! Capite?

Ad un concerto che facemmo a Segni in provincia di Frosinone, Sergio di Tivoli, ubriaco, perse l'equilibrio e rovinò addosso alla batteria di Riccardo. Forse un musicista normale si sarebbe fermato, visto che la batteria si era aperta ed i pezzi erano caduti in terra, ma lui era talmente concentrato sul brano che corse appresso al rullante per non perdere il ritmo e finì per suonare la testa di Sergio! Era una scena comica, Ric, incazzato, lo prese per il collo e lo alzò per colpirlo con un pugno. Mi tuffai letteralmente con tutta la chitarra su Riccardo per evitare il fattaccio, pensai che lo avrebbe ucciso, gli occhi di Duracell avevano una follia incontrollata e presto ci ritrovammo tutti in terra a ridere come pazzi. Ma eravamo normali?

 

Continua a pagina 2...

 



 

Commenti 

 
# metalheart 2009-06-01 00:06
Grande Maurizio Bidoli! Un racconto che fa riemergere emozioni, sensazioni, brividi non solo per chi l'ha vissuti sulla propria pelle, ma anche per chi non c'era e vuol scoprire com'era la situazione di quegli anni.
Questo racconto lo conservo già da tempo, intero, gelosamente custodito tra le reliquie del tempo!
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# Wasp83 2009-06-02 10:42
semplicemente stupendo
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# Klaus 2009-06-03 22:24
Grande Maurizio, e gran bei tempi!
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