| Italian Epic Metal (pt. I) |
| Scritto da Gabriele Nunziante |
| Lunedì 26 Settembre 2011 09:00 |
Con questo primo capitolo ha inizio uno speciale di Italian Metal dedicato completamente all’Epic Metal del nostro paese, un genere che in trent'anni di storia ci ha regalato tanti gruppi di assoluto valore. Suddiviso in quattro parti, questo lunghissimo articolo ripercorrerà dagli anni '80 fino ai giorni nostri la strada tracciata dal genere, soffermandosi sulle band più importanti e quelle meno conosciute, descrivendone la storia e raccontandovi degli album che più hanno dato al movimento. Si inizia in questa prima puntata con gli anni '80 e con quei gruppi che, come pionieri, hanno dato origine al genere, spesso non seguendo la strada tracciata da altri ma rappresentando in modo del tutto personale l'Epic Metal.IntroduzionePorre le basi dell'Italian Epic Metal è al tempo stesso un lavoro complesso ma facilmente realizzabile. Complesso poiché se è vero che l’"Epic Metal" è già per definizione un genere non sempre facilmente descrivibile - non a caso molti identificano l’Epic come semplice Heavy Metal e molte band sono in un perenne limbo fra i due generi a seconda della loro produzione - dall’altro diventa facile in presenza di determinati elementi, quali le tematiche affrontate nei testi e specifiche scelte musicali, queste ultime passanti tanto da caratteristiche proprie delle canzoni (si pensi ai cori, alle "cavalcate" chitarristiche, alle parti narrate o alle lunghe strumentali atte non a esaltare il musicista quanto a richiamare determinate situazioni, oltre che le atmosfere ricreate nei modi più disparati, etc) e arrivando finanche nelle scelte di registrazione (il genere, pur nascendo negli anni ‘80 come l’Heavy Metal tradizionale, con il tempo ha visto una precisa scelta nel mantenere intatte certe tradizioni: non a caso in un disco Epic Metal per antonomasia si cerca ancora quel suono più grezzo e senza tanti fronzoli che permetta di far subito capire all’ascoltatore che cosa lo aspetta). Anche a livello internazionale ed esclusi i nomi sacri del genere che tutti conoscono (dai Manowar ai Virgin Steele, passando per Manilla Road, Cirith Ungol, Warlord, Omen, Steel Assassin, Brocas Helm, Taramis, Bathory, ...) risulta così tutt’oggi non sempre facile determinare quali sono le band dedite all’Epic tout court, ed allo stesso modo è nella scena italiana. I gruppi presentati in questo lunghissimo articolo sono quindi stati scelti, e non poteva essere altrimenti, seguendo un metro tanto personale quanto il più possibile vicino a ciò che tradizionalmente si intende per Epic Metal. Qualche band risulterà forse di troppo agli occhi di alcuni lettori, qualcuna mancherà, ma in linea generale tutti i grandi gruppi che si sono contraddistinti per le proprie influenze epiche sono presenti in questo articolo ed è solo tramite essi, e non qualche misconosciuta band con un solo demo all’attivo, che è possibile davvero capire che cosa la nostra scena ci ha regalato negli anni. Ho infine deciso di lasciare da parte quelle band che, pur con qualche sporadica influenza epica, si sono contraddistinti principalmente per far parte di altri generi, Heavy Metal classico in particolare, ma anche Power di stampo europeo o Folk metal o troppo lontani dalla "pura" concezione di Epic Metal: l’ideale "primordiale" di Epic è stato quindi mantenuto il più possibile, dando spazio solamente alle band classiche che non guasterebbe vedere suonare al fianco dei nomi storici già citati poco sopra. Anni '80: la nascita della leggendaVolendo partire dagli anni ‘80 troviamo in Italia una serie di band che, seppur non completamente devote al verbo dell’Epic Metal, si sono contraddistinte per suoni e tematiche dal resto della scena, andando a creare una solida base che, tanto negli anni ‘90 quanto nel nuovo millennio, hanno mostrato in tutto il mondo la bontà dell’Epic italiano. Vi basterà chiedere a un qualsiasi appassionato della nostra scena quali sono i nomi storici di questa corrente e le risposte saranno sempre le stesse: Dark Quarterer, Adramelch, Domine, ci si spingerà ai primi anni ‘90 includendo Wotan, Rosae Crucis, DoomSword o nel più underground tirando fuori nomi come Crystal Phoenix o Xipe. Se volessimo effettivamente trovare quelle che sono le basi, almeno in Italia, di questa specifica corrente, non ci discosteremmo molto da questi gruppi che, pur con sostanziali differenze di suono, di intenti e soprattutto di tematiche, affrontarono fin dai primi anni '80 (e qualcuno anche dal decennio precedente) questo genere. Per cominciare questo articolo è necessario partire dai Dark Quarterer, anche e soprattutto per l'età anagrafica del gruppo, visto che la nascita è datata anni '70. Nati in quel di Piombino (Livorno) con il nome Omega Erre, il gruppo formato originariamente da Gianni Nepi (voce), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria) prenderà molta ispirazione dai classici del periodo, proponendo nella primissima parte della propria carriera cover di quei tanti gruppi che animavano la scena estera: era il periodo di Uriah Heep, Led Zeppelin, Black Sabbath, Grand Funk Railroad, e Fulberto e compagni con maestria e abnegazione riproponevano quanto richiesto. Con l'intervento di Duccio Marchi si ebbe il tanto atteso passaggio dal mondo delle cover a quello delle canzoni proprie: nel 1982 nascono così ufficialmente i Dark Quarterer. Il primo passo del gruppo è la registrazione di un demo nel 1985, composto da 9 brani di cui la maggior parte riproposti nell'album di debutto. Nello stesso anno iniziano le registrazioni del primo lavoro in studio, registrazioni che si protrarranno per problemi vari fino al 1986, mentre è nell'anno successivo, tramite la minuscola Label Service e in sole 500 copie, che viene pubblicato l'omonimo 'Dark Quarterer'. Fin dalle prime note del disco è possibile capire che i Dark Quarterer non sono la copia di nessuno: unici in tutto, dalle parti musicali fino ai testi, il gruppo di Piombino va a creare con questo primo album il proprio trademark. Recensiti (chiaramente) in modo negativo da Kerrang, anche a causa della registrazione veramente pessima (purtroppo unico e fin troppo evidente neo di questo disco, a cui neanche oggi è stato possibile rimediare con una ristampa migliorata), ma seguiti con molta attenzione dalla stampa italiana (Claudio Cubito di Rockerilla gli regalerà la famosa etichetta di gruppo "epico-progressivo"), i Dark Quarterer iniziarono a farsi largo nella scena italiana. Rimane purtroppo in disparte la presenza live dei nostri che, per scelta di una parte del gruppo, rimarranno più tempo in sala prove che sui palchi, dando anche poca spinta commerciale al proprio lavoro. Passano appena due anni e il gruppo è già pronto a uscire con il secondo album: si tratta di 'The Etruscan Prophecy', e da lì la scena Epic italiana (mondiale?) sarà un po' più diversa di prima. Se questo album, etichettato da molti come una copia neanche tanto riuscita del primo (un commento che, personalmente, non condivido nella sua concezione critica - ndr), riuscirà a far parlare tanto di sé è perché, con una registrazione finalmente dignitosa, riesce a proporci una serie di brani in cui le prodezze strumentali dei nostri superano qualsiasi barriera. Se con 'Dark Quarterer' erano le tinte oscure a fare da padrone, con 'Etruscan...' le chitarre di Fulberto sono ricche di epicità, regalandoci assoli fra i migliori mai scritti: brani come "Devil Stroke", "Retributioner" o la stessa title-track entreranno di diritto fra i classici immortali della band. Non da meno sono i compagni del chitarrista, a partire da un grande Paolo Ninci dietro le pelli e Gianni Nepi ottimo al basso ma purtroppo leggermente penalizzato alla voce a causa di problemi di salute. Ciò nonostante il piccolo capolavoro che ne esce fuori è senza alcun dubbio uno dei dischi italiani più importanti, tanto del genere quanto dell'intera scena. E' bene chiarire, a questo punto, che il genere proposto dai Dark Quarterer non è solo Epic Metal: il pesante lascito degli anni '70, e in particolare di certo progressive, ha influenzato le composizioni dei nostri, ma la volontà di mescolare influenze distanti ha infine creato un ibrido in cui cenni di Epic Metal si trovano tanto nelle parti di chitarra, quanto nelle tematiche. Queste ultime, pur se lontane dall'epica classica e più vicina agli scritti horrorifici di Lovecraft e compagni, riescono a mantenere un'aurea di culto intorno alla band, che si discosta dalla messa in musica della vita di tutti i giorni in favore di tematiche legate a doppio filo con l'occulto. Ma tornando al loro secondo album, l'uscita venne accolta con più interesse dalla critica e in parte anche dal pubblico, sebbene sia soprattutto nell'ultimo decennio che il gruppo abbia finalmente raccolto quanto seminato negli anni '80, anche grazie alle ristampe, prima in vinile e successivamente in CD, dei loro dischi. La nostra attenzione, focalizzata in questo articolo sul periodo più "Epic Metal" del gruppo, si ferma a questi due primi album, ma la storia dei Dark Quarterer non finisce assolutamente così, anzi. La band continuerà negli anni successivi innovando la propria proposta, discostandosi se vogliamo dalle influenze più epiche e abbracciando ulteriormente quelle progressive: i successivi 'Violence', 'War Tears' e 'Symbols', tutti incisi senza le chitarre di Fulberto Serena bensì con i nuovi Sandro Tersetti prima e Francesco Sozzi successivamente, sono ottimi esempi di un gruppo che non ha eguali, tanto in Italia quanto nel mondo. In particolare è proprio l'ultimo episodio in studio, datato 2008, a rivelarsi un tassello necessario nella loro discografia: 'Symbols' è il raggiungimento, dopo due episodi tanto belli quanto complessi, di un livello musicale che ben pochi possono vantare. E in questo caso sono le vicende storiche a fare da sfondo all'album del gruppo: nei sei brani che compongono il platter vengono raccontate le vite di altrettanti personaggi storici, da Tutankhamon a Gengis Khan, passando per Giovanna D’Arco, Giulio Cesare, Kunta Kinte e Geronimo. Un album non propriamente Epic Metal, ma che grazie alle sue tematiche e allo stile unico del gruppo, farà sicuramente felici anche gli ascoltatori di questo genere. Affrontato il primo gruppo, è possibile ora passare a quella che è un'altra piccola grande leggenda dell'Epic italiano. Nati nella seconda metà degli anni '80 a Milano, gli Adramelch si meritano sicuramente di essere annoverati fra i gruppi alla base dell'Epic italiano, sebbene il loro genere, un po' come per i Dark Quarterer, non sia inquadrabile in questa sola categoria. Il gruppo si fa conoscere grazie a un primo demo e alla partecipazione alla compilation 'Heavy Rendez Vous', mentre nel 1988 debuttano ufficialmente con 'Irae Melanox'. Volendo potremmo paragonare questo album proprio al primo dei Dark Quarterer: entrambi troppo complicati per l'epoca, entrambi con una registrazione insufficiente e, fortunatamente, entrambi enormemente rivalutati con il passare del tempo. Fra i solchi di 'Irae Melanox' l'epicità si unisce a certo progressive metal, ma sono le influenze classiche, antiche e barocche di Gianluca Corona (chitarra) a contaminare la proposta del gruppo, realizzando un ibrido anch'esso unico che trova nella splendida ed espressiva voce di Vittorio Ballerio il massimo compimento. Anche le tematiche risultano vicine per certi versi all'Epic: le influenze maggiori derivano in questo caso dalla letteratura classica e dalle vicende storiche, quest’ultima come vedremo ripresa anche successivamente per il secondo lavoro della band. Rovinato da una registrazione insufficiente (alcune recensioni del periodo lo descriveranno come un "esperimento sonoro messo su vinile per scherzo"), registrazione che se vogliamo riuscirà però a donare determinate caratteristiche tanto ricercate dagli appassionati del genere, 'Irae Melanox' non farà raggiungere in quel periodo gli obiettivi del gruppo, tant'è che si scioglieranno da lì a breve. Fortunatamente il nome Adramelch non scompare nelle sabbie del tempo: dopo tanti tentativi negli anni '90, infine nel 2003 il gruppo, con una line-up per 3/5 rivisitata, torna sulle scene. Il primo passo è la pubblicazione di un nuovo, attesissimo album: si tratta di 'Broken History', un interessante concept ispirato dalle crociate. La vena epica, almeno nelle musiche, viene lasciata più da parte in questo caso, è il progressive metal riletto in chiave Adramelch a farla da padrone, ma il risultato è al di là da ogni aspettativa, tant'è che questo secondo album gareggia bene con quello inciso quasi un ventennio prima. L'album permette alla band di farsi conoscere nuovamente nell'ambiente (e di rimando di far rivalutare anche quel loro primo album), tanto da essere presente a diversi festival (ricordiamo giusto il Keep It True del 2005, evento a cui parteciperanno nuovamente nel 2012 in una buona posizione del bill). E' infine da segnalare, oltre il fatto che la band sia oramai prossima a tornare con un album inedito, una ricca ristampa del 2010 a cura della Underground Symphony, in cui troviamo il primo lavoro e un secondo cd con il famoso primo demo del gruppo. Uscita questa che, insieme al già nominato 'Broken History', è un tassello importante per l'Epic italiano... e diciamo anche mondiale, visto che il gruppo ci è invidiato un po’ in tutto da tutto la scena metal. Piombino negli anni non verrà ricordata solamente per la nascita dei Dark Quarterer, ma anche per quella di un gruppo che, sebbene veda negli anni '80 i suoi natali, solamente a fine anni '90 riuscirà a debuttare. Stiamo parlando dei Domine, band che da un'idea dei fratelli Paoli (Enrico e Riccardo) e Agostino Carpo nasce fra il 1983 e il 1984. I primi passi sono proprio a cavallo fra gli anni '80 e '90, quando la band pubblica con la sua prima formazione (oltre ai già citati troviamo Stefano Mazzella alla voce e Carlo Funaioli alla batteria) una serie di interessanti demo, talmente interessanti che tutt'oggi vengono considerate delle reliquie tanto in Italia quanto nel resto d'Europa. Il tanto atteso salto non si concretizza però per il gruppo, tanto è vero che intorno ai primi anni '90 iniziano le prime uscite: con l'abbandono di Stefano Mazzella, quindi di Agostino Carpo e in contemporanea il trasferimento a Firenze dei due fratelli Paoli, i Domine sembrano oramai pronti a finire nel dimenticatoio. Ma è proprio grazie ai due fratelli che il moniker rimane vivo: assoldati nuovi componenti, fra cui spicca un cantante già ben noto nella scena italiana per i suoi trascorsi negli anni ‘80, si rimette in piedi il gruppo con l'idea di incidere finalmente il debutto. Si concretizza così nel 1997 l'ascesa dei nostri nella sacra scena dell'Epic Metal italiano: 'Champion Eternal', registrato in fretta e furia e con una resa sonora anche abbastanza discutibile, fa il suo ingresso in pompa magna presentandoci un gruppo, questo sì, devoto ai classici stilemi dell'Epic Metal. Dal suono oscuro, chitarre ovattate, il cantato limpido (non nella resa sonora, ma nel timbro vocale) di quello che è uno dei signori del metal italiano, ovvero Morby (Sabotage, Airspeed, La Rox, ...), 'Champion...' è il primo album dedicato alle vicende di Elric di Melniboné, personaggio fantasy ideato da Michael Moorcock che sarà per tutta la discografia dei nostri principale elemento di ispirazione. Il gruppo non perde tempo e già due anni dopo bissa il successo del precedente album con 'Dragonlord (Tales of the Noble Steel)', un lavoro che mostra però già dei cambiamenti nel sound del gruppo: l'entrata in formazione di un tastierista fisso (Riccardo Iacono) inizia a farsi sentire, tant'è che il sound dei nostri comincia a separarsi dall'Epic Metal più "puro" e battagliero abbracciando sonorità più Power. Eppure, ad ascoltare questo secondo lavoro, l'epicità gronda da tutte le parti: brani come "Last of the Dragonlords", "Defenders" e le ultime quattro (citazione d'obbligo per la suite "The Battle for the Great Silver Sword") sono ottimi esempi di un Epic Metal irrorato di Power, con tastiere in sostituzione dei cori e a tratti quasi sinfoniche. Il risultato non è assolutamente negativo per il gruppo, tant'è che vedranno proprio grazie a questa uscita moltiplicato l'interesse nei loro confronti; saranno anche molti i concerti, compresi quelli di spalla a grandi nomi del genere e in festival come il Gods of Metal del 2002. Da lì in poi possiamo dire che la strada dei Domine è praticamente spianata: intrapreso questo nuovo percorso, il gruppo continua a pubblicare a cadenza quasi regolare nuovi album, a partire da 'Stormbringer Ruler' (2001), 'Emperor of the Black Runes' (2004), fino all'ultimo 'Ancient Spirit Rising' (2007), tutti album che manterranno fede a questo nuovo corso Power della band. Ed è anche dal vivo che i Domine continuano tutt'oggi a portare alto il proprio nome: nonostante i pochi live, il gruppo mostra tantissima carica sul palco e, guidati dall'ugola che non conosce età di Morby e il chitarrismo di Enrico Paoli, sono tutt'oggi uno dei gruppi di punta della nostra scena italiana. Se con Domine, Dark Quarterer e Adramelch abbiamo parlato grosso modo di tre nomi più che noti a chi frequenta l'ambiente, con i Crystal Phoenix si inizia a scavare nell'underground, anche a causa della difficoltà di reperibilità del materiale in questione. Il gruppo nasce giusto alla fine degli anni '80 grazie alla poli-strumentista e cantante Myriam Sagenwells Saglimbeni, la quale si adopera nella completa registrazione del proprio album di debutto 'Crystal Phoenix', pubblicato sia in vinile che in cassetta completamente auto-prodotto. Il lavoro si rivela un interessante unione fra il Progressive e l'Epic, con inserti Folk e classici, suonato anche con strumenti non molto spesso frequenti per il genere (arpe, flauti, clavicembali...). Dopo aver reclutato al suo fianco una line-up, il gruppo si esibisce in qualche concerto, ma nel 1992 le strade si dividono e la band cessa di esistere, nonostante Myriam continui a scrivere materiale. L'anno successivo la Black Widow Records, come prima opera della sua etichetta, ristampa l'album in cd mentre la Si-Wan Records pensa all'edizione coreana, sia cd che vinile (con artwork differente). Per risentir nominare i Crystal Phoenix occorre attendere il nuovo millennio, quando il gruppo registra 'Twa Jrrg-J-Draak Saga (The Legend of the Two Stonedragons)', album del ritorno che con una nuova line-up costituitasi attorno alla figura di Myriam ridà vita a quella particolare unione fra Epic Metal, Progressive e Folk. Seguono una serie di date dal vivo, poi dei Crystal Phoenix si perdono nuovamente le tracce e ad oggi ancora non si sa se avremo un nuovo album da parte loro. Nel frattempo è stata annunciata l'attesa ristampa, sempre a cura della Black Widow, del loro primo album, mentre una line-up rinnovata si appresta a riprendere l’attività live. Altro gruppo misconosciuto sono gli Xipe, formazione vicentina attiva sotto altro nome fin dalla fine degli anni ‘70 e che non riuscirà, nonostante un contratto con la Discotto Metal, ad arrivare al traguardo del debutto. Eppure il gruppo guidato da Diego Benetti e Pietro Albanese (lo ritroveremo negli X-Hero) aveva in mano, già pronto per essere pubblicato, un intero album che non avrebbe sfigurato nel periodo. È infatti il 1986 quando ‘Fly of Phoenix’ è pronto per invadere il mercato italiano, portando in luce una band dedita principalmente a un Heavy Metal ottantiano ma dagli spunti epici, particolarmente presenti in una manciata dei brani di quel disco che vide soltanto qualche copia promozionale girare nell’ambiente. Con il fallimento della Discotto e l’impossibilità di pubblicare il proprio materiale, il gruppo in breve naufragherà, salvo farsi risentire nel nuovo millennio con una serie di ristampe auto-prodotte del loro materiale live e di questo disco fantasma. Nel 2006 si esibiranno anche nell’80 Italian Metal Attack con altri gruppi storici della nostra scena, ma la reunion effettiva della band non ci sarà, lasciando il nome degli Xipe nei ricordi di una scena piena di idee ma dalla situazione generale troppo complicata e povera di mezzi per metterle in circolazione. Gli anni '80 non finiscono certo con soli questi cinque gruppi: da inserire in questo capitolo rimangono almeno altre cinque realtà, tre delle quali riusciranno a farsi apprezzare solamente dopo diversi anni di attività. Una di queste sono i siciliani Berserker, gruppo che vede i suoi natali proprio nel 1989 da un’idea di Alessandro Alioto. Con una formazione spesso altalenante, che vede lo stesso Alessandro occuparsi più di una volta di buona parte degli strumenti, i Berserker lasciano dietro di loro qualcosa come dieci demo in altrettanti anni, un lavoro che denota il continuo voler percorrere la propria strada incuranti del disinteresse delle etichette. Solo nel 2003 iniziano finalmente le registrazioni di quello che è ad oggi il loro unico album in studio: pubblicato quattro anni dopo dalla My Graveyard Productions, ‘Blood of the Warriors’ è un album completamente devoto all’Epic americano di Omen, Manowar e Manilla Road. Con una registrazione che sembra presa direttamente dagli anni ‘80 - con tutti i pregi e i difetti del caso - e brani dal tocco oscuro ma sempre epico, i Berserker centrano l’obiettivo, consegnando agli appassionati un lavoro sicuramente interessante. I difetti purtroppo ci sono e si sentono, a partire da parti strumentali non sempre prive di sbavature, ma se l’Epic più classico fa per voi, questo dei Berseker si rivelerà un platter interessante. Anche dal punto di vista dei testi Alessandro non pone niente al caso, tanto è vero che questo primo lavoro si basa su una saga da lui stesso scritta e intitolata "Defenders in Odin’s Name", una saga epica in tutto e per tutto, così come l’artwork che accompagna questo disco. Dopo alcune date dal vivo, fra cui quella alla seconda edizione del Play It Loud (Brescia 2008), dei Berserker si perdono un po’ le tracce, tant’è che ad oggi non si conosce ancora se ’Blood...’ avrà o meno un seguito.Storia molto simile a quella dei Berserker è quella dei Salem’s Lot, misconosciuto gruppo cagliaritano che ha navigato per anni nell’underground arrivando fino al nuovo millennio per sciogliersi, dando ai posteri solo qualche demo e un EP. Il gruppo si forma nel 1986 e tre anni dopo auto-producono il demo ‘Thunder of Steel’, composto da quattro brani. Si susseguono cambi di line-up, per un certo periodo la band cambia anche nome in Grendel (ispirato dal poema epico anglosassone Beowulf), quindi finalmente il tutto si concretizza con l’album ‘Sacred Sign’, pubblicato auto-prodotto nel 2001. Sono solamente cinque i brani contenuti, la registrazione e produzione insufficienti per un lavoro del nuovo millennio, tuttavia fra le tracce troviamo interessanti spunti che dall’Epic degli anni ‘80 traggono più di un’ispirazione: tracce come "Wage of War", "Bright is the Fire" o "Vengeance for us All" dimostrano il proprio amore incontaminato per il genere, fra composizioni che prendono ispirazione tanto dai Manowar quanto dai Maiden dei primissimi lavori. Dopo questo album, tutt’oggi liberamente ascoltabile sul sito ufficiale, della band si perderanno le tracce, facendo pensare che dei Salem’s Lot difficilmente sentiremo di nuovo parlare. Il terzo nome che accompagna Berserker e Salem’s Lot nel lungo viaggio prima del traguardo discografico è quello dei romani Martiria. Anche loro nati nella seconda metà degli anni ‘80 e debuttanti con due demo in quel decennio, il gruppo navigherà nel più nascosto underground (anche a causa di uno scioglimento durato diversi anni) fino al nuovo millennio quando, prima con un demo, quindi con un album datato 2004, verranno del tutto allo scoperto. Guidati dal chitarrista e fondatore Andy Menario (vero nome Andrea Menarini) e accompagnati dal cantante americano Rick Anderson (Richard Martin Anderson, già Damien King III nientedimeno che... con i Warlord, leggenda dell’Heavy/Epic Metal a stelle e strisce), il gruppo si impone con il proprio Epic ad alta sacralità e dal tocco raffinato. I Martiria non hanno in effetti eguali nella scena moderna e, se proprio dovessimo rapportarli ad altre band, sarebbero i Warlord stessi in cima alla lista. Il gruppo, che vede il prezioso aiuto di Marco Capelli nella scrittura delle lyrics, porta infatti in scena un metal che non fa della potenza sonora, della velocità o delle cavalcate musicali proprie del genere il proprio punto di forza, quanto piuttosto nelle vivide rappresentazioni di scene dal sapore storico/epico, rafforzate da brani spesso molto complessi in cui gli strumenti (oltre ai classici - chitarra, basso e batteria - troviamo anche tappeti di tastiere) e le voci (spesso anche cori dall’aspetto sacro) riescono a ricreare in musica vicende tanto complesse. Quattro sono i lavori in studio pubblicati dai nostri: si parte con ‘The Eternal Soul’ (2004), ‘The Age of the Return’ (2005), ‘Time of Truth’ (2008) e infine, recentissimo, ‘On the Way Back’ dell’estate 2011. Sono i due lavori centrali quelli altamente raccomandati, visto che ci mostrano i Martiria migliori: ‘The Age of the Return’ si rifà come tematiche completamente al Libro sacro del Cristianesimo, andando a ripercorrere le vicende fondamentali di questa religione, mentre ‘Time of Truth’, più diretto come composizioni, si ispira a vicende storiche e mitologiche. ‘On the Way Back’, ultimo lavoro che comprende registrazioni dei primissimi anni di attività (alcuni brani sono infatti presenti nei demo degli anni ‘80), si dimostra invece l’album più complesso di quanto fatto dai Martiria fino ad oggi, con brani molto difficili da assimilare ma comunque presentati da una band dall’alta preparazione tecnica: i fan avranno anche in questo caso un ottimo disco da poter ascoltare e riascoltare.A concludere questo primo capitolo, sono due altri nomi della scena italiana: i Wyxmer e gli Asgard di Treviso (da non confondere con i ben più recenti speed metaller ferraresi e con le altre centinaia di gruppi con identico nome). Questi due gruppi non sono stati lasciati casualmente a fine capitolo, visto che meno ancora di gruppi già trattati come Crystal Phoenix, Dark Quarterer e Adramelch, le influenze epiche sono molto diluite, tanto che i lavori di Wyxmer e Asgard sono più indicati a coloro che già conoscono gli altri gruppi o i cui interessi musicali vadano oltre al semplice Epic ed Heavy Metal. I Wyxmer nascono alla fine degli anni ‘80 dall’idea del cantautore Astor Pride che, riunita attorno a sé la classica line-up a quattro, dà vita al proprio progetto, riuscendo a pubblicare nel 1991 un EP da quattro tracce, ‘The Sire of’. Dopo l’entrata in formazione di un tastierista, già alla fine del 1992 il gruppo si scioglie, un po’ per la scarsa risposta del pubblico, un po’ per vicende interne. Eppure l’EP di debutto dei nostri è tutt’altro che scontato: si tratta di una particolarissima unione di stili, dall’hard rock e il progressive degli anni ‘70 a certe influenze epiche d’oltre oceano. Sia chiaro come i Wyxmer non rientrino comunque a pieno titolo nella scena metal, sebbene negli anni siano da sempre ad essa accomunata: ‘The Sire of’, come il lavoro successivo, sono album che la maggior parte degli ascoltatori troverà troppo leggeri per i propri gusti. Con l’arrivo del nuovo millennio, grazie all’interesse della Black Widow Records, anche i Wyxmer decidono di rimettere in piedi il gruppo, iniziando con la pubblicazione di ‘Feudal Throne’, album che include al suo interno i quattro brani dell’EP e sei inediti composti nello stesso periodo. Il risultato è soddisfacente - tant’è che ‘Feudal...’ è un lavoro sicuramente consigliato per coloro che cercano album molto particolari all’interno del progressive/rock - ma della band, che già aveva annunciato di essere al lavoro su un nuovo album, si perdono nuovamente le tracce... Molto più prolifici, in fatto di dischi, sono gli Asgard, un gruppo che definire di culto è dir poco: nati intorno al 1987 a Silea (Treviso) dalle ceneri di una precedente formazione, il gruppo guidato dal tastierista Alberto Ambrosi debutta nel 1991 con ‘Gotterdammerung’ (nome preso in prestito da un’opera di Wagner incentrata sull’epopea tedesca dei Nibelunghi). Questo album ci mostra una band legata al Progressive ma con più di uno spunto epico, e che, sebbene confinata principalmente al pubblico prog, riuscirà a farsi notare anche dal circuito Heavy Metal grazie ad alcune soluzioni più energiche. La grandezza degli Asgard viene confermata dai successivi capitoli in studio pubblicati tutti negli anni ‘90, mentre è all’inizio del nuovo millennio che Alberto Ambrosi decide di trasferirsi in Germania dove costituirà una nuova line-up per i suoi Asgard. Verrà pubblicato, per un’etichetta da lui stesso fondata, il nuovo lavoro a titolo ‘Drachenblut’, quindi il gruppo finirà lentamente nell’oblio, tanto che l’atteso nuovo lavoro ‘Ragnarokkr’ non vedrà mai la luce. Nella prossima puntata...Gli anni ‘90, per quanto considerati anni bui per il metal, hanno dato origine a tante band pronte a portare avanti la scena Epic italiana. Dai Wotan ai DoomSword, passando per Rosae Crucis e Holy Martyr, fino agli act più sconosciuti, ripercorreremo un decennio povero di uscite discografiche, ma ricco di movimento in vista del nuovo millennio. |













Con questo primo capitolo ha inizio uno speciale di Italian Metal dedicato completamente all’Epic Metal del nostro paese, un genere che in trent'anni di storia ci ha regalato tanti gruppi di assoluto valore. Suddiviso in quattro parti, questo lunghissimo articolo ripercorrerà dagli anni '80 fino ai giorni nostri la strada tracciata dal genere, soffermandosi sulle band più importanti e quelle meno conosciute, descrivendone la storia e raccontandovi degli album che più hanno dato al movimento. Si inizia in questa prima puntata con gli anni '80 e con quei gruppi che, come pionieri, hanno dato origine al genere, spesso non seguendo la strada tracciata da altri ma rappresentando in modo del tutto personale l'Epic Metal.






Commenti
Nel gruppo militarono tra gli altri Franco Violo, poi negli Helreidh dell'ex Ænphasys Yorick, e Glauco Giacchello, successivamente alla testa dei Marathon (che per un periodo ebbero in formazione un altro ex Ænphasys).
A memoria però direi che il tastierista degli Asgard si chiami Alberto, e non Roberto ...
Corretto, non so come mi sia sfuggito.
Altro collegamento: la prima volta che vidi i Black Jester dal vivo, circa 1990, alle tastiere c'era proprio Ambrosi degli Asgarð
Ci mancherebbe, hai fatto benissimo a segnalarlo, se ci sono errori vanno corretti.
P.S.: non ci stava male una foto dei "primi" Domine...
Così chi vuole stamparselo per leggerlo con calma può farlo; leggere su schermo tutto l'articolo può diventare un'impresa...
di nuovo grazie alla Redazione per lo spazio che ci concedete all' interno della vostra "Notevole" WebZine
Grazie a te Gianni per essere passato e per i complimenti. Hai fatto bene a ricordare il contributo di Francesco Longhi, nell'articolo ho un po' tralasciato l'ultima parte della carriera del gruppo, ma per chi vuole approfondire consiglio sicuramente la lettura delle recensioni degli ultimi lavori (compresa quella del bellissimo DVD 'Under the Spell')... e chiaramente l'acquisto in blocco del materiale.
Ora ci vuole davvero un nuovo album in studio, mi sa che non siamo in pochi ad attenderlo...