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Pagina 1 di 2  Nel suo 27esimo anniversario, Italian Metal vi regala oggi uno speciale interamente dedicato a quello che il 21 maggio 1983 divenne il primo Festival Heavy Metal Italiano. Il Rock in a Hard Place, meglio conosciuto come Certaldo '83, fu il primo vagito della scena metal italiana, che in questa storica data mostrò tutte le sue potenzialità e tutti i suoi limiti. A parlarci di quanto successo un trentennio fa è la persona che più di tutte può conoscere quanto accaduto, ovvero Enrico Dell'Omo, conosciuto anche come Henry Fast Rocker, l'organizzatore che diede vita al Rock in a Hard Place. In esclusiva per Italian Metal inoltre le interviste ad alcune delle band che vi parteciparono: Vanexa, Steel Crown, Revenge, Monolith e Shining Blade!
Nota introduttiva: questo articolo è stato pubblicato originariamente, circa quattro anni fa, sulla webzine VeroRock. Con la chiusura della stessa, avvenuta alcuni mesi fa, tale articolo (come tutti gli altri pubblicati nel suddetto spazio) sono purtroppo stati cancellati e quindi non più disponibili per i lettori. Italian Metal ha quindi deciso di prendersi l'onore di poter ripresentare l'articolo seguente: ringraziamo per questo Marcello Dubla, storico capo-redattore di VeroRock, per averci concesso la ripubblicazione. Un ringraziamento naturalmente anche ad Enrico Dell'Omo, aka Henry Fast Rocker, per aver scritto questo splendido report del primo festival che lui stesso organizzò.
Certaldo (FI), maggio 1983... di HFR!Poiché, 27 anni dopo, in qualche rivista specializzata, ancora se ne parla, è giusto che ve lo racconti io che, in tempi difficili e bui del panorama musicale italiano, insieme a "Murph" e ad un ristretto pugno di volontari, ne sono stato l'ideatore e l'organizzatore. Vi mostrerò così un "dietro le quinte" di quel festival, con l'intento di rappresentare l'atmosfera di quegli anni: cosa succedeva; chi c'era e chi non c'era; ciò che si faceva o non si faceva. Insomma, se questa rivista mediatica si propone di mostrare e di divulgare il vero metal italiano, non si può fare a meno, sezionando tutta un'epoca, di narrare attraverso le vicissitudini di un gruppo di kids (allora!) - sguinzagliati per le strade di una sonnolenta città più che altro dedita alla Dandy music - che con sorrisi tesi e l'aria di sfida al mondo intero ed un imperativo categorico nella testa, sembravano dire: "Avremo il nostro festival… METAL!".
Innanzitutto il nome. Era così duro a quel tempo organizzare un festival rock in Italia (figuratevi se metal e senza soldi) che nulla cadde con più tempismo dell'uscita dell'omonimo album degli Aerosmith! Lo scelsi giacché il clima di quel disco, che miscelava: melodie orientali, spunti blues del repertorio classico degli Smith, a graffi metal, mi sembrava rappresentativo di un continuum di una storia che partiva dai Beatles (Sergent Peppers), passando attraverso l'Underground, per finire agli Iron Maiden. In quel periodo si percepivano gli echi e gli effetti del contributo che, nei Paesi anglosassoni, gruppi come i Van Halen e gli AC/DC, avevano prestato per dare nuova linfa al boccheggiante Rock'n'Roll, costituendo il trat de union tra passato e nuove bands emergenti: come i Motley Crue, i Leppard e gli stessi Maiden. Insomma c'era aria di rinascita!
Il periodo. Le radio che a Firenze andavano per la maggiore, fin dagli anni '70, erano le pioniere: Centofiori e soprattutto Controradio, alle quali collaborai, ma la maggior parte dei conduttori erano filo New Wave ed in entrambi i casi io fui sempre l'unico a presentare programmi Hard o proto-Heavy da quelle onde. Nei primi anni ‘80 c'era tutto un popolo metal, emarginato e discriminato, ma numeroso che premeva alle porte dei media chiedendo spazi e di cui nessuno si accorgeva (o non voleva accorgersi). Purtroppo la musica imperante all'epoca era rappresentata dalle ultime luci dell'onda d'urto del Punk-rock (Clash in particolare), e dalla più melense New-Wave (faccio fatica a ricordare un gruppo che sia rimasto altamente rappresentativo), che era gestita, nelle radio alternative e nelle riviste specializzate, da giornalisti spinti da una ricerca così forsennata del nuovo, che non si accorgevano del danno perpetrato al fenomeno underground in generale. Perlomeno, secondo quel vecchio adagio che vuole che: chi troppo si spinge alla ricerca dell'originale a tutti i costi finisce nel perdersi nel banale. Il fenomeno underground, per chi lo aveva vissuto dal principio, conosceva due limiti basilari invalicabili che rappresentavano quasi un credo: 1°, che la musica Rock era da ascoltare e non da ballare (soprattutto non nel modo in cui lo si faceva nelle discoteche classiche) e 2°, che la commercialità era decisamente bandita! Mentre con l'introduzione e l'avvallo di bands, che con il pretesto della contaminazione (ah… la trasgressione!) proponevano ritmi, arrangiamenti e sonorità Disco, prima dissimulati e poi sempre più marcati, produssero come risultato una linea di discrimine fra i due generi (Rock-Disco) sempre più labile, giungendosi fino a confonderli. Qualcuno penserà che esagero… ma intanto già si sentiva dire in giro che… il Rock era morto! Ed una prestigiosa rivista musicale inglese del tempo, a proposito della recensione del secondo disco di Adam Ant (Wever dell'epoca), si permise persino di affermare: "Bel gran disco questo e, finalmente, qualcosa che non è Rock!", dandolo cioè già per spacciato. La marmellata. Mi capite? La degenerazione, per chi non se ne fosse accorto è giunta, oggi, a tale punto che oltre alle Salse ed ai Merenghe, persino la Pausini, Zucchero e Pavarotti, si sentono a pieno titolo parte del fenomeno Rock. Ci manca solo Emilio Fede! La città, il posto e le difficoltà. A Firenze, luogo dove il festival doveva tenersi, stava facendosi largo più di un gruppo Dandy neodark (New wave) il cui influsso, per il fascino decadente che avrebbero potuto esercitare sui giovani della città, notoriamente capitale dell'estetismo, temevo avrebbe escluso definitivamente la possibilità di una ripresa del sano spirito di cui ho detto. Poiché intanto alla razza degli irriducibili dell'Hard-Rock si era aggiunta la nuova stirpe degli irrequieti Metallist (i "Problem childs" descritti da Bon Scott) che, quasi con un patto di sangue, cercavano riferimenti comuni, altrove introvabili, pensai di organizzare un evento che, se fosse andato a buon fine, avrebbe forse spezzato l'egemonia di quegli edonisti che volevano ascoltare musica solo per fare quattro salti (proprio come le loro nonne con i waltzer!). Insomma, pensavo alla nostra città come l'iniziatrice di una inversione di tendenza: "un posto dove si fa Rock tosto" (e questa è un'altra delle accezioni che può essere associata al titolo dato al festival); così come altre città erano state la fucina del movimento Punk italiano. L'effetto fu raggiunto solo in parte, in quanto i proprietari del primo posto scelto per far suonare le bands (il Teatro Tenda di Firenze) benché contrattualmente impegnatisi e dopo mesi di trattative, decisero unilateralmente di rinnovare il locale (che venne letteralmente raso al suolo per ristrutturazioni), giusto quattro giorni prima della data fissata per l'inizio. Fu Bud, il secondo cantante della Strana Officina, gruppo dell'interland fiorentino che ebbe, poi, una parte dominante sulla scena del festival, a suggerirmi di rivolgermi al proprietario del Teatro Tenda di Certaldo (località a una cinquantina di chilometri da Firenze, totalmente fuori rotta). Miracolosamente e tra peripezie la cosa riuscì e in quei pochi giorni il proprietario indicato assentì per il concerto. Tuttavia dovete immaginare le difficoltà, in tale breve tempo, nell'avvertire del cambio di città tutti i gruppi che provenivano da ogni parte d'Italia: come ad esempio gli Shining Blade di Bari, o i triestini Steel Crown di Yaco de' Bonis; e poi avvertire il pubblico e spiegare come fare per raggiungere un luogo quasi irraggiungibile. Non ci credereste ma a Certaldo giunsero attorno al migliaio di rockers e forse più (cifra straordinaria per il periodo), benché solo un cartello che indicava la nuova sede fu lasciato davanti al "Tenda" di Firenze e solo dalla piccola radio, a diffusione poco più che provinciale, in cui lavoravo allora, fu comunicato dei cambiamenti. Resta chiaro che il festival se si fosse tenuto in Firenze, e soprattutto nel Teatro Tenda che allora rappresentava il "tempio" della musica live, ben altro sarebbero stati l'effetto e la risonanza. Comunque sulla voglia di vedere Firenze come una sorta di "Detroit Rock City" di quegli anni, vds. una delle lettere in cui una ragazza che volendo aderire al Metal fan-mail club di Firenze esordiva in questo modo: Florence Rock City 11-9-82.
Altre difficoltà. La ditta che avrebbe curato "il muro di Marshall" e tutti gli aspetti tecnico-acustici e dell'illuminazione, fino a sera non si presentò in Certaldo, lasciando temere che lì, nonostante gli sforzi per trovare un posto, non si sarebbe suonato… perché l'impresario luci-suono, aveva fatto le ore piccole la notte precedente… Quando giunse il tir con il materiale (notevolmente inferiore al pattuito) si alzò un sospiro di sollievo da parte di tutti noi. In fretta e furia si dovette pensare ad allestire il palco, anche con il nostro contributo fisico. Tengo a precisare qui che, per esperienza diretta, questa disorganizzazione e spirito truffaldino degli addetti ai lavori in Italia costituisce una delle cause per cui la nostra musica non è mai riuscita a prendere realmente campo nel nostro Paese, a differenza, ad esempio, di Francia, Germania, Spagna ed altri, al di fuori della vecchia Albione.
Gli addetti ai lavori e i contatti. Per l'occasione furono tenuti contatti con colui che da sempre aveva mostrato grande attenzione al fenomeno Metal dalle pagine di un giornale (e che, detto di passo, personalmente, ritengo l'unica penna veramente talentosa mai apparsa su di una rivista musicale. Indimenticabile e insuperabile, credo, resterà la sua famosa frase: "estasi titanica!", riferita alle sensazioni capaci di scatenare l'ascolto del nuovo disco dei Riot - 'Fire down under' - che recensì dalle pagine di Rockerilla; frase che sintetizzava indescrivibilmente il concetto del piacere che provano gli ascoltatori di questo genere quando indossano cuffie stereo; così come ineguagliabile resterà il nuovo e coinvolgente taglio descrittivo che diede nel presentare la copertina di un album, in occasione dell'ultima uscita degli Angel Witch, sullo stesso giornale. Ma questi sono solo alcuni cenni di una sensazionale produzione). Per chi non lo avesse ancora capito, sto parlando di Beppe Riva, che rappresentò per noi, anche in occasione del festival, un punto di riferimento irrinunciabile. Per chiunque, non conoscendolo, volesse capirne la portata e il tiro, sarà imprescindibile procurarsi il materiale dell'epoca e sicuramente dopo tali letture ne saprà molto di più, del fenomeno Rock-metal, che se avesse consultato le migliori enciclopedie musicali. Beppe Riva, tra l'altro sostenne e suggerì la partecipazione al Festival dell'interessante gruppo marchigiano di Dark-Metal (molto particolare e indicatore di nuove vie): Death SS, capitanati allora dal vocalist Paul Chain. Mi reco spesso all'estero e con vivo piacere ho trovato spesso, anche di recente, sui banchi di negozi di dischi alcuni album di Paul.
Interesse alla manifestazione ed ai suoi preparativi mostrarono varie fanzines da diverse parti d'Italia, tra le quali ricordo con affetto la napoletana "Gozilla" e la padovana "Fireball HMR" con ragazzi preparati, pieni di ottimismo e voglia di fare. Per la cronaca segnalo che il sostrato organizzativo del festival era composto, oltre a me che all'epoca trasmettevo dalle frequenze di Radio "Antenna 3", da un nucleo di infervorati che scrivevano dalle pagine di MCR ("Metal City Rocker"). Ebbene sì, Firenze aveva anche la sua Metal-fanzine! Deduco che talmente forte dovette essere l'impatto di questo nome, su molti, che - oltre ad ispirare una canzone dall'omonimo titolo del gruppo dei Vanexa, che poi partecipò al festival - oggi, dopo 23 anni è in circolazione un qualcosa relazionato alla musica non metal dal seguente titolo: "Modena City Ramblers" (controllate l'assonanza e l'identico acronimo: M.C.R.! sarà una casualità ma…). Degli altri di organizzatori dell'evento che, appunto, scrivevano dalle pagine di MCR parlerò in chiusura.
La Firenze musicalmente alternativa (alternativa al pseudo alternativo) ruotava intorno ad un negozio di dischi: "Contempo Records", punto di scambio di musica, iniziative e di idee, tra i kids non solo fiorentini. Per amicizia personale, con il proprietario della rivendita, "Contempo" fu l'unico che allora ci sostenne, almeno moralmente e con qualche favore. Devo aggiungere però che, effettivamente vi era un altro negozio che ultimamente aveva focalizzato l'attenzione degli appassionati alla musica dura ed era "Mastelloni-Dischi" che, da rivenditore per lo più di materiale Disco, si era convertito in neo-adepto HM; infatti da quando l'omonimo proprietario mi aveva ascoltato nelle mie trasmissioni di "Controradio Firenze" si era deciso a sponsorizzarmi. Accenno a questo episodio poiché è importante sottolineare che, per il fatto di quella collaborazione, da subito, i dischi metal risultarono i più venduti in quel negozio, cosa che mi diede la conferma che un più che sostanzioso sostrato di attivi "metallics" fiorentini esisteva, per cui si doveva fare qualcosa. Aggiungo, inoltre e da ultimo, che molti altri rivenditori rimasero sordi ad ogni appello chiudendoci le porte in faccia. Stupidi… il mondo del disco stava per entrare in crisi e costoro contribuirono ad accelerarne la decadenza, non dando spazio a chi lo meritava… per risparmiare due soldi al momento!
And the bands play on! Invece di descrivervi gli stili e le preferenze dei musicisti o le loro performances on stage, che penso saranno in futuro oggetto di molte retrospettive e monografie dalle pagine di questa rivista, narrerò di alcuni episodi che meglio faranno comprendere l'aria che tirava in quei giorni, quando tutto si faceva senza soldi e per passione. Quando, itineranti, si scrivevano gli articoli delle fanzines, letteralmente, nella strada, con la piccola scrivente (Olivetti L. 32) sulle ginocchia, davanti ai portoni delle case di chissà chi. Quando i musicisti arrivavano alla spicciolata, quasi ladri nella notte con i loro cassoni, custodie di chitarre, come mitra dei banditi professionisti e nessuno di loro aveva mangiato… ma che importava, là c'era un palco finalmente! Capelli al vento con l'eco del feed-back nelle orecchie e della gloria nel cuore, per i mille ragazzi che lì sotto stavano ad urlare per loro! Nel backstage si ascoltava Yaco de' Bonis, lead vocalist degli Steel Crown, ripetere, prima di salire sul palco, quelle frasi rimaste proverbiali: "Siamo di Trieste… la Russia bianca italiana… you Know man… ed io sono cantante metal che se ne sta alla catena come un cane da guardia (alludendo al ruolo secondario in cui era relegato l'HM) ma se qualcuno mi si avvicina a tiro, io, mordo!". Chissà se qualcuno se ne ricorderà ora che non c'è più? O se si ricorderà dei due chitarristi della Strana Officina che ugualmente ci hanno abbandonato qualche anno fa, mentre correvano in un'auto forse ascoltando a folle volume i Judas! Su questo gruppo dirò che il loro nome indicava che nel retrobottega del loro lavoro di meccanici, i cinque, da tempo immemorabile, avevano attrezzato una sala prove ("strana"). Otto ore di lavoro e poi lo sfogo, la musica, le prove. "Una vita per la musica"… mai nessuna frase fu più vera ed appropriata, non pensate? I Vanexa di Genova vennero, invece, con un manager e con alle spalle un 33 giri pubblicato (che lusso!); I Rollerball di Firenze salirono sul palco che sembravano anfetaminici per il peso della responsabilità che sentivano per l'occasione; ma nonostante tutto ritornarono dietro le quinte con la loro migliore prestazione live di sempre. Al quartetto per lungo tempo feci da manager e produssi la loro opera prima (un maxi-disc su vinile di 4 brani, di cui seguii ogni passo, dalla copertina alla sala d'incisione. Sarebbe interessante un giorno parlare delle vicissitudini anche di quel lavoro). Non si sa cosa facciano attualmente.
Gli Shining Blade giunsero dimessi e silenziosi, avevano un look evocativo, originale e pieno di stile, proprio come il loro nome e la loro musica. Esistono ancora? Oltre ai fin qui menzionati, suonarono in quel giorno: i versiliani Monolith, e se non ricordo male quegli autentici scavezzacollo, esponenti dell'Athletic Rock romano, che rispondevano al nome di Raff. Da Gorizia scesero gli Alloween e un altro gruppo marchigiano erano i boys di Red Crotalo (i Revenge - ndr). Devo dire adesso, quasi per saldare un debito, che sono molto addolorato per non aver assentito alla partecipazione all'evento di molti gruppi ma di una band fiorentina di Glam-Rock in particolare mi rammarico: gli Iron Mould. Riascoltando tempo dopo il loro demo-tape mi accorsi, in particolare, della originalità dei loro riffs e, in generale, della bellezza della loro musica. Purtroppo lo spazio era quello che era e dovevo contemperare varie esigenze. Del resto in quell'occasione tutti non potevano suonare e qualcuno dovevo escludere. Me ne scuso pubblicamente e spero che se avranno modo di leggere questa cronaca postuma potranno perdonarmi. Non mi pento invece del mancato invito della band milanese dei Vanadium, che all'epoca era l'unico complesso con un qualche successo commerciale, avendo alle spalle già vari LP (il loro 3° lavoro su vinile era da poco uscito), perché, almeno in quegli anni, tutta la loro produzione mi sembrava non del tutto originale. Una nota saliente e che mi lasciò perplesso era costituita dal fatto che, durante i mesi di preparazione, ricevetti richieste di partecipazione da combos che tutto suonavano meno che Metal: Punk, NW e persino del genere musica leggera; benché a tutti era ben chiaro che si sarebbe trattato solo di Hard'n'Heavy. Ma lì non si trattava di una semplice e sana voglia di suonare, bensì solo di un pretesto per raggiungere la fama a qualsiasi costo.
Gli organizzatori. Preventivamente, a titolo di informativa e di statistica, dirò che nella giornata non si verificarono incidenti gravi, calcolando l'afflusso di pubblico e l'alone che di solito aleggia intorno al mondo del Rock. Vi fu solo un tentativo di rissa, tra kids ed alcuni "sputacchianti" punkers provocatori, che riuscii a sedare sul nascere, con l'aiuto di Yaco de' Bonis. Inoltre, come detto, chi mi diede un contributo concreto alla realizzazione dell'evento era quel gruppo di ragazzi che vivacizzava l'ambiente musicale fiorentino dalle pagine di "MCR" che rispondevano, oltre all'ideatore e direttore di VeroRock (Marcello Dubla - ndr), Andrea "Ace" Bartolini, più due peperini che al tempo non avevano più di 14 anni: Romano "The Gun" Perelli e Marco "Blitz" Delli. Ognuno di noi operò polifunzionalmente, fungendo persino da servizio d'ordine o da bigliettai e impareggiabile fu l'impegno di tutti. Spettacolare e tragico fu l'epilogo della manifestazione, quasi la conclusione di un film di Michelangelo Antonioni. Nel cuore della notte, quando tutti i fans erano evacuati, rimanemmo in quattro a salutare i musicisti che si apprestavano a tornare alle loro città. Si percepiva nell'aria un misto di spossatezza e soddisfazione, come spesso accade quando un ciclo si chiude. L'incasso della giornata (dedotti i costi, sproporzionati, e richiesti immediatamente per l'affitto del Teatro tenda ed il saldo per il fornitore luci-suono), non copriva neanche le centinaia di migliaia di lire spese per le telefonate di collegamento con i gruppi nelle varie regioni italiane e tutto il resto. Avanzarono intorno alle 400 mila lire che vennero distribuiti alle bands, in quanto qualcuno di loro non aveva nemmeno i soldi per cenare o la benzina per tornare a casa. Ognuno di loro, alla spicciolata si dileguò. Rimasero a quel punto 25.000 lire, giuste giuste, per pagarci l'autostrada e un panino all'autogrill. Ma che importava, ci guardammo in volto e ci accorgemmo di aver avuto il nostro giorno. Proprio mentre la notte terminava e i primi bagliori della nuova alba avanzava; salimmo in macchina per dirigerci sulla strada di casa (semmai l'avessimo ritrovata) con un HM-fest alle spalle. Il primo in Italia… l'avevamo ottenuto! Ride on a storm. Sconosciuto lettore, spero di averti dato, con questa panoramica del periodo e dell'evento, un'idea dello spirito che soggiace dietro certe storie, affinché tu capisca profondamente cosa sia e cosa realmente rappresenti, questa musica e, qualora un giorno tu voglia entrarne a far parte in qualsiasi forma, capisca che, quando dietro le azioni ci sono idee e passioni, grandi o piccole che siano, l'importante è tentare di realizzarle, senza badare al tornaconto (ho detto solo: tentare di metterle in pratica, perché non mi sento di affermare puramente: "realizzarle", in quanto mi rendo conto che il solo poter concretizzare un proprio sogno, anche senza guadagno, è già una grande fortuna. Per cui è più importante il semplice provare… calcolando che al mondo siamo in tanti e non tutti devono per forza riuscire). Devo dire che nella mia vita ho avuto, prima e dopo quell'evento, periodi ben più floridi e più ricchi di successo che allora, ma ti giuro che nessuno mi ha dato soddisfazione più di quello. Oggi, dopo tanti anni, se potessi tornare indietro, farei solo quello, sempre quello e allo stesso modo. L'ascolto della musica è il mio piacere più grande e quando sono solo con le mie cuffie, isolato dalle meschinità della vita, provo la più grande delle felicità. Il resto mi sembra perfettamente inutile, perché mi sento in contatto con dita e menti fra le più geniali, frizzanti e sorprendenti, del mio tempo: quei musicisti che hanno inventato un nuovo linguaggio (incomprensibile per chi non è dentro quel vero rock che tutti noi vogliamo divulgare) traducendo le loro più fantastiche sensazioni in note. C'è più innovazione in un nuovo passaggio alla chitarra o al basso, che in mille effetti elettronici sintetici; e spesso dietro un breve assolo o addirittura dietro una semplice svisata, ci sono mille inespresse parole. Diceva il poeta Baudelaire che la musica è come scrittura sul cielo; e chi può negare che gli eroi della chitarra come folgori non lo abbiano attraversato da parte a parte? Gente vera, musica vera, è quello di cui il mondo attuale ha bisogno. Chi glielo faceva fare alla Strana Officina di spendere tempo e denaro per potersi mettere a suonare nel retrobottega, per poi finire in quel modo? Pagherei chissà cosa per ritornare in quell'alba, su quella macchina, con tre amici dalla faccia simpatica, pieni di pins e tutti borchiati, mentre spippolano su un radio-cassette, ascoltando "Blackout" degli Scorpions. Proprio come facemmo allora, tornando a casa, mentre un nuovo giorno ci inghiottiva per i restanti 27 anni di inattività; fino a quando non ci siamo decisi a creare le pagine che ora, tu stesso, stai leggendo!
Henry Fast Rocker Continua a pagina 2 per le interviste ai gruppi che parteciparono al festival
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